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Fatima Destà

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Cara Fatima Destà, come una triste ombra cinese sembra spuntare fuori da una quinta nascosta quel tuo bel viso. Adesso che il ginocchio di un razzista ha tolto il fiato per sempre a George Floyd, scorgiamo tra le proteste e i fuochi il contorno di quel visetto salire in mezzo al fumo. Che cosa avessi dentro quando a 12 anni ti vendettero al sottotenente Indro Montanelli, partito da Napoli per raggiungere l’Africa orientale, dove l’aggressione all’Etiopia regalò la “medaglia” di imperatore al re Vittorio Emanuele III, nessuno se lo chiede però. Non eri un animalino docile, come ti dipingeva quel “marito” soldato in una orribile intervista a Enzo Biagi: due amici annoiati, come seduti al tavolino di un vecchio caffè, parlando di rozze conquiste tra smorfie e quesiti assolutori.

No, Destà, perché tu eri una bambina. I tuoi non erano i capelli di una capra, come egli li descrisse, non puzzavano di pecora. Erano capelli di una bambina. E poi tu, innocente, scegliesti pure quel nome, Indro, per tuo figlio. Senza sapere che a quell’italiano non importò davvero un granché. Frettoloso con te, e attento nel fare il suo dovere per il Duce, sottotenente di un esercito che laggiù sganciò micidiali bombe chimiche sulla popolazione inerme, come contro quegli 800 tra donne, bambini, padri, nonni, massacrati nella grotta di Debra Brehan tra il 9 e l’11 aprile del ’39 che chiedono ancora giustizia.

Altro che “io vado in Abissina per aver letto i romanzi di Kipling”. Il dovere del sottotenente comprendeva il soggiacere con te ogni quindici giorni, quando portavi silenziosa la biancheria pulita, già torturata e infibulata com’eri, già derubata? Il suo dovere comprendeva di cederti poi al generale, prima che al suo fidato sciumbasci, signor graduato indigeno delle truppe coloniali Gabér Hischial? Come si fa con una sedia, con un panino a scuola, come una sigaretta mezza fumata da spartire?

Ti dobbiamo delle scuse, Destà. E con te le dobbiamo alle bambine che ancora nel mondo vanno in spose agli orchi e delle quali, come toccò a te, a nessuno importa. Milioni di Destà, milioni di visetti innocenti ai quali viene negato, come fu per te, il diritto all’infanzia. Un anno fa l’Unicef calcolava 65 milioni di piccole spose fantasma costrette al matrimonio prima dei 18 anni, 12 milioni di ragazzine ogni anno. Delle tue disperate succeditrici, Destà, il 40 per cento vive in Asia Meridionale, anche se il numero dei matrimoni combinati cresce orribilmente proprio nel tuo continente, nell’Africa Subsahariana: una su tre. Vendute, sfruttate, segregate, derubate, quando in Occidente alla stessa età si sceglie il diario più carino per andare a scuola, quale sport praticare, si legge Harry Potter. Matrimoni infernali con persone che quelle bambine nemmeno conoscono, figli che arrivano in giovanissima età, vite schiacciate sotto ai tacchi come quelle di una formica.

Sai, ancora impressiona la storia di Aisha, la bambina somala che a 13 anni, uno in più del tuo, fu costretta a sposare un uomo di trenta più grande dal quale ebbe una figlia, Rayan, e che soltanto dopo un tempo lunghissimo riuscì a liberarsi. “Avevo provato a scappare molte volte – poi raccontò –, ma ogni volta mio padre mi riportava da lui, non avevo scelta”.

Gravidanze in adolescenza (dai 15 ai 19 anni il parto per queste ragazzine è ancora la principale causa di morte), violenze, riduzione in schiavitù, pestaggi. Un orrore a cui l’Italia del “tuo” sottotenente Montanelli non è immune, cara Destà. Giovanissime immigrate di seconda generazione, tra 10 e i 17 anni. Italiane dunque, nate e cresciute qui. I familiari le fanno sparire all’improvviso, fingono di organizzare una visita a un parente ammalato. Una volta a destinazione, la trappola: documenti occultati, biglietto di ritorno distrutto, prigioniere per sempre. Ribellarsi significa rischiare la vita. Come toccò nel 2006 a Hina Saleem, la ragazzina di Brescia che trovò la forza di dire di no, e che fu uccisa e poi sepolta nel giardino di casa.

Ti dobbiamo delle scuse, Destà. Le dobbiamo anche a quei 25milioni di spose bambine dell’India, moltissime delle quali hanno meno di 10 anni. Dobbiamo chiedere scusa a quelle bambine che vengono promesse fin da quando hanno 6 mesi di vita. Dobbiamo chiedere scusa alle vittime del misyar, il matrimonio del viaggiatore: l’orco è un uomo che fa il turista, è ricco, sposa le bambine per il tempo della vacanza e quando torna al suo paese di origine è sciolto da ogni vincolo, da qualsiasi obbligo, anche se la ragazza dovesse aspettare un figlio, salvo quei seimila dollari imposti per decreto come in Egitto (l’Egitto che ora si prende anche il lusso di beffare i genitori di Giulio Regeni, inviandogli oggetti che non gli appartenevano) se la differenza d’età con la “moglie” supera i 25 anni. Dobbiamo delle scuse anche alle bambine dello Yemen, vendute per pochi denari sotto le bombe.

Cara Fatima Destà, poco è cambiato da allora. Certo non cambiano le menzogne. E siccome tu eri una di noi, sei una di noi, come da una vecchia fotografia scoperta in soffitta adesso sarà obbligatorio soffiare via la polvere acre della menzogna familiare italiana. Restituendoti un po’ di verità e di pace.

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