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Caschiamo puntuali nella botola della perdita della memoria sui femminicidi. A ogni occasione di morte si svolge lì per lì il rito della cronaca, delle analisi sociologiche di un noioso esperto, dei rozzi vaniloqui che esprimono tutta l’arretratezza culturale e civile di questo paese, portavoce, stavolta, la lagnosa Barbara Palombelli. Poi il buio. Pesto, come gli occhi di tutte le donne vessate e terrorizzate. Se non assassinate, e nel silenzio generale.

Venerdì, miracolo, se ne è parlato in un convegno alla Camera dal titolo che ha un sapore però dilettevole: “Femminicidi: prospettive normative”. Le persone crepano fuori dal Palazzo (e di tutto, sul lavoro, fuori dal lavoro perché senza, e di altri “delitti” e pene del quotidiano in un posto davvero equivoco come è l’Italia), e siamo ancora al punto zero, alla “prospettiva”.

La ministra dell’Interno Lamorgese si è detta stupefatta per i contorni così pesanti del fenomeno, come se scoprisse una cosa mai vista e sentita. Dal primo gennaio al 19 settembre scorso, secondo i dati del Dipartimento della Pubblica sicurezza 86 donne sono state ammazzate. E da uno studio della Commissione ad hoc del Tribunale di Milano, che ha analizzato tre anni di carte processuali, scopriamo che soltanto il 12 per cento delle donne uccise dal marito o dall’ex aveva denunciato e che l’88 per cento non denuncia o non crede affatto nella denuncia.

La verità è che sul perché gli uomini uccidano le donne in Italia e con frequenza e numeri da conflitti di altri mondi, quelli che noi immaginiamo peggiori del nostro quando in molti casi è il contrario, non ci si è mai interrogati sul serio, non ci si è mai rimboccati le maniche per davvero, se non per apparecchiare i tavoli dei convegni.

La verità è che alla fine sono fatti degli altri, come in ogni beata cosa italiana: la politica si dissolve, impegnata ieri e oggi e domani tra santini e comiche promesse, le forze dell’ordine al più piazzano una panchina rossa con su scritta una qualche ipocrita frase a effetto, la magistratura si perde tra le carte da vagliare chiusa in uffici kafkiani e mentre i talebani italiani stanno sgozzando e uccidendo, noi stessi pensiamo alla cena della sera impalliditi davanti alla pattumiera (leggasi tv) mentre tutt’al più ce ne usciamo in coro con un “ma guarda dove siamo arrivati” o, spesso, con odiose formule quali “se l’è cercata”. Che pena.

Il femminicidio è un virus, per vincerlo occorre combattere battaglie su più fronti, essere pronti, attenti, armati. La sedicente democrazia rappresentativa aiuti per esempio chi da secoli si batte contro i mulini a vento dovendo poi mendicare uno straccio di finanziamento.

Dove stanno i fondi per i centri antiviolenza, chi ce lo spiega per esempio tra i big della politica nazionale e calabrese in vista delle elezioni mentre nelle varie “Fagnano” le donne vengono trucidate a coltellate come al macello? Perché i nostri cari angeli da sinistra a destra non ne fanno un vessillo di questa storta campagna elettorale, raddrizzandola su temi come la violenza di genere e i diritti (di tutti) cambiando finalmente rotta e dando l’esempio a tutta l’Italia, seduta su un sistema che per legge dà sostegno alla rete di aiuto e accoglienza delle donne che subiscono violenza ma mai è riuscita a finanziare e organizzare in maniera degna?

Tuttavia la verità è che grandissima parte di responsabilità, inutile girarci attorno, è dentro anche e soprattutto ciascuno di noi. Le leggi speciali andrebbero varate (anche) in famiglia. E’ un’iperbole, ma dovrebbe istituirsi l’obbligatorietà a educare i nostri figli a saper vivere. Rispettare, amare, insegnare che di fronte, accanto, non c’è un possedimento, che le persone non sono cose, non sono la macchinina di latta che si guida senza patente o il nuovo iPhone. Il compitino, perché noi di disegnini abbiamo bisogno, c’è poco da fare, va svolto in famiglia. Ove sia ancora possibile definire tale un nucleo di persone che vivano e dormano e mangino sotto lo stesso tetto.

Tra le norme obbligatorie occorrono gli esempi e le lezioni di sostanza: educare alla buona lettura, ovvero tutto quanto vada in direzione contraria a quella delle classifiche e lontanissima da quella degli scrittori da un libro all’anno, del commercio sull’arte, del falso in atto pubblico sui libri; educare al buon cinema, non quello italiano di Natale, dove le donne sono alla mercé di brutali stereotipi, speculari a quelli per cui in Occidente ci si scandalizza guardando ai popoli d’Oriente; educare alla buona televisione, ove ancora vi fosse da qualche parte, in qualche canale sperduto di quell’universo impazzito, evitando con cura di imbattersi in quelli del Biscione e di tutto il ridicolo circo che vi gravita attorno, in testa la robaccia alla De Filippi, alla Palombelli, alla Porro, alla Giordano, o la comicità che fa ridere soltanto chi la fa di Pio e Amedeo, specchio della cultura tribale e patriarcale italiana, men che meno quelli di gran parte della produzione Rai che non è tv di Stato ma tv dei partiti; educare poi alla fatica per ottenere una briciola e che questa sarà più saporita di una cena a cinque stelle di qualche chef da detestabili master che onestamente hanno rotto le scatole; educare allo sport, ma non quello dove genitori delle caverne del calcio (è offensivo per gli uomini che vissero a quei tempi, ma è per rendere l’idea) che incitano al dente per dente; educare all’ascolto, l’ascolto dell’altro, e qui anche la scuola dovrebbe adeguarsi, aggiungendo questa come materia, forse prima dell’italiano e della matematica.

Infine l’educazione alla sconfitta, a saper perdere, alla grande bellezza della disfatta in amore. Che insegna a crescere, sempre. Tutto il resto è lettera morta. Come quelle 86 povere mogli e fidanzate, e quelle che verranno.

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