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Il manifesto di Maria Antonietta Ventura

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Era già tutto previsto. Come quella canzone di Riccardo Cocciante. Fino al punto che sapevamo. E cioè che le urne avrebbero detto che la sinistra calabrese e il suo popolo non sono più felici.

Non c’era bisogno di sondaggi, di colpacci da ultima notte, la strategia era andata a ramengo e non c’era neanche bisogno di affermati politologi per capire che il pendolo calabrese, quel meccanismo che dal 1995 a Jole Santelli ha sempre visto prevalere il polo maggioritario di opposizione, si sarebbe interrotto per un trionfo di Roberto Occhiuto e dei suoi alleati, compresi quelli che si candidano sempre dove spira il vento della vittoria e che erano stati compagni dei perdenti di oggi.

La presenza di tre candidati della stessa area politica, Amalia Bruni, Luigi De Magistris e Mario Oliverio somma uno scarso 45 per cento di consensi, in un’area politica che mai aveva registrato consensi così bassi.

A Roma si è giocato a perdere non trovando mai il quadro della sintesi. Il Nazareno e i Cinque Stelle hanno unito le loro debolezze. La scelta del candidato è stato un casting completamente sbagliato. Le mosse sono note.

Si è partito da un candidato, Nicola Irto, enfant prodige delle preferenze nel Reggino, abbattuto da un veto dei 5 stelle, e che ha lasciato sul campo un’accusa ai suoi amici e compagni, quella di essere stati sempre consociativi con gli avversari. Poi si è virato, in modo verticistico, su un’imprenditrice, Maria Antonietta Ventura, fatta fuori da furori giustizialisti che le hanno impedito di giocare la partita. Molto in ritardo è arrivata la scienziata Amalia Bruni a cavare le castagne dal fuoco e a tentare di aprire una partita già persa in partenza.

La sinistra ufficiale calabrese ha messo in campo quel poco che gli rimaneva. Cacicchi e boiardi, bravi a raccogliere preferenze e null’altro. Capace di scippare Tansi ai concorrenti civici (più un problema che una risorsa), e qualche big da consenso personale.

Una campagna elettorale tutta tesa a mettere fango nel ventilatore contro i propri potenziali alleati diventati i peggiori nemici. I tre candidati sono sembrati i capponi di Renzo di manzoniana memoria in campagna elettorale.

Luigi De Magistris, ammantando la sua provenienza politica, sperava di ottenere l’effetto Napoli delle sue precedenti elezioni. Ma pur sceso in largo anticipo nell’agone ha ottenuto troppo poco, avvantaggiandosi forse di un effetto Lucano, grazie alla contestata e divisiva sentenza di Locri nei confronti di un campione del buonismo di sinistra. Troppo poco per scassare tutto come si proponeva. De Magistris è andato perdendo i pezzi della sua crociata antagonista. Ha imbarcato di tutto, ma ha perso molte pedine di un raggruppamento che ama discutere e confrontarsi sui programmi e le azioni.

Infine, Mario Oliverio, l’escluso, l’espulso. Il quale, vista finalmente una ragione giudiziaria, pensava con il suo gruppo di dirigenti regionali e qualche fedelissimo di poter riempire un vuoto che era già abbastanza pieno. Un uomo dalla sua esperienza non ha compreso il tramonto. Senza potere non si  conta.

E De Magistris e Oliverio, rimasti esclusi dal meccanismo elettorale che punisce le minoranze, perdono anche il diritto di tribuna, che nessuno al momento a sinistra pensa di garantire.

Sarà in grado Amalia Bruni di ricostruire in queste macerie? Troverà una sintesi la scienziata prestata alla politica?  Difficile da stabilire a poche ore dalla Waterloo.

Nella sinistra ufficiale ha retto solo un effetto trascinamento Conte che ha riempito le piazze, ma niente è stato fatto per recuperare l’estesa confraternita dei chierici intellettuali che hanno firmato un appello per De Magistris, scomparendo poi dalle scene, neanche rispondendo alla dura reprimenda giunta da Napoli, da Paolo Macry, che invitava molti suoi conoscenti a non avventurarsi su vie sbagliate.

Ha provato De Magistris a rivolgersi a chi vive lontano per studio e lavoro, e a chi da tempo si è messo dormiente alla chiamata. Una voce declamante nel deserto, considerato che l’astensionismo conferma il dato delle precedenti regionali.

Sono troppi i delusi e i demoralizzati da una sinistra lontana dal disagio e dalla democrazia partecipata.

Il Pd è un partito commissariato da troppo tempo e guardato con distanza siderale dalle complessità di un popolo che vive ormai nel ricordo della stagione delle belle bandiere.

Ma la baraonda è generale a sinistra in Calabria con troppi generali e colonnelli e pochissimi soldati.

Sono questioni antiche e degenerate nel corso del tempo. Era un ventennio fa che Ora Locale, bella rivista teorica, fondata da Mario Alcaro, chiedeva in un suo numero speciale “Nuovi metodi e nuovi contenuti per le prossime elezioni regionali”. Non sono mai arrivati. Tutto risolto nella cooptazione nelle stanze dove i soliti nomi tutto decidono e governano.

Venuta meno da tempo l’alleanza tra istituzioni e organizzazioni, giovani, laureati senza prospettive di lavoro, sindaci e amministratori di valore, piccoli imprenditori e professionisti mai premiati dal merito, docenti e ricercatori si sono al massimo divisi, e i più si sono astenuti e hanno cambiato campo, alcuni già dalla precedente elezione.

La deriva oligarchica e cesarista riguarda tutte e tre le sinistre calabresi, tra l’altro incapaci di dare un’idea fondante per il rilancio produttivo e soprattutto d’immagine della Calabria.

Anche il fondamentale aspetto della Giustizia giusta è rimasto una foglia morta elettorale. La sinistra calabrese, una anche nel suo essere trina, ha prodotto solo un vuoto pneumatico che disintegra una comunità priva di luoghi e di punti di riferimento.

Spira area diversa nelle metropoli del voto, dove la sinistra raggiunge consensi ben differenti dalla Calabria.

Non è la sconfitta di un’appartenenza politica. E’ la mortificazione di una comunità politica priva di punti di riferimento. Ritorna attuale quella citazione di Walter Gropius che recita: “Come vogliamo stare assieme?”.

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