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Pd, Marco Minniti si candida per la segreteria

Un calabrese per la leadership del partito

Ma il presidente Oliverio snobba l'ex Ministro

Calabria
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Marco Minniti
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REGGIO CALABRIA - Il calabrese Marco Minniti si candida per la segreteria del Pd. E’ lo stesso ex ministro ad annunciarlo in un’intervista a Repubblica. L’ex ministro precisa subito di non essere “lo sfidante renziano. In campo c' è solo Marco Minniti” e ritiene questa decisione obbligata per “evitare l’estinzione del Partito Democratico”.

Perchè questo, sostiene Minniti è il vero pericolo che ''stiamo correndo noi e la democrazia italiana. So bene -dice- che le scorse elezioni sono state più di una sconfitta. C' è stata una rottura sentimentale con i nostri elettori. Questa è la sfida del Congresso. Io non cerco scorciatoie”. L'annuncio di Minniti non sembra avere scalfito il governatore Mario Oliverio che, con una lunga nota, si ferma ad una analisi sul progetto politico del partito senza fare alcun riferimento alla candidatura dell'ex ministro (LEGGI).

LE PRIME INDISCREZIONI SULLA CANDIDATURA DI MINNITI

L’obiettivo dunque non è ''tornare semplicemente al governo. La sconfitta del nazionalpopulismo è possibile solo si riesce a parlare con la società italiana. Va ricostruita una connessione. Serve un Congresso che parli all’Italia, non un regolamento dei conti internì Serve dunque scuotere un partito “Ripiegato su se stesso”. e mettere nel mirino le esigenze della gente: “c' è stato -dice- un stacco netto tra la crescente preoccupazione per quel che sta avvendo nel Paese e l’ordinaria amministrazione con cui il mio partito ha affrontato quella preoccupazione. Ci siamo schizofrenicamente guardati l' ombelico”.

Valeva la pena insomma, spiegare meglio quello che si stava facendo. “In questi anni -sottolinea Minniti- mi sono occupato di due grandi questioni: la sicurezza nazionale e il ministero dell’Interno. Abbiamo garantito sicurezza dinanzi al terrorismo internazionale. E poi ci siamo cimentati con il governo dei flussi migratori coniugando umanità e sicurezza. Ma il Pd non può nemmeno cancellare le politiche riformiste della scorsa legislatura”.

Quanto al presunto schieramento targato Renzi, l’el ministro dice: ''Parliamo di 550 sindaci che hanno firmato un appello. Rappresento questa parte del partito e non un equilibrio correntizio. Se non ci fosse stata questa richiesta da parte di tanti eletti, non mi sarei reso disponibile. E poi rivendico con una certa fermezza una storia personale, fatta al servizio delle istituzioni. Si sta candidando Marco Minniti. Punto”.

E dell’ex premier dice: “Essendo stato tra chi non ha esagerato nel lodarlo quando era al potere, non ho alcun bisogno di prenderne le distanze. Renzi ha perso e si è giustamente dimesso assumendosi responsabilità che vanno anche oltre le sue. Il tema ora non è più questo, ma come salvaguadare il progetto riformista. Connettere il riformismo al popolo”. Minniti spiega che il questi anni “Non abbiamo risposto a due grandi sentimenti: la rabbia e la paura. Non si può rispondere a chi ha perso il lavoro con la freddezza delle statistiche. Dicendogli che l’ occupazione cresce. Così come non si può dire al cittadino che ha subito un furto in casa, che i reati diminuiscono”. Allora c'è c'è bisogno “della sinistra riformista. I più deboli si sono sentiti abbandonati. Anzi, addirittura biasimati. Quello spazio è stato colmato dai nazionalpopulisti. Basta vedere quel che è accaduto nelle nostre periferie. Forse siamo stati aristocratici. Non possiamo più esserlo. Anche perchè mai come in questa fase il Pd è l’unico argine democratico a questa maggioranza nazionalpopulista”.

Un argine che si costruisce “su otto parole chiave: sicurezza e libertà, sicurezza e umanità, interesse nazionale e Europa, crescita e tutele sociali. I nazionalpopulisti contrappongono queste parole e impongono una scelta, noi dobbiamo conciliarle. Dobbiamo farlo sapendo che senza l’Ue - che va cambiata profondamente - non si affrontano le questioni poste dalla globalizzazione. Una grande Italia in una grande Europa”.

Per fare questo, aggiunge l'ex ministro reggino, “serve una grande alleanza democratica. Va rimesso in campo un partito forte ma consapevole dei suoi limiti. Un campo ampio. Con pezzi di società, con queste azioni di cittadinanza che abbiamo visto a nascere a Roma e a Torino”. Quanto all’ipotesi di un M5s alleato risponde: “questo discorso può essere fatto solo dopo che questa maggioranza nazionalpopulista verrà sconfitta nel Paese. I grillini stanno vivendo un eclisse. Questo governo sembra il pentapartito: litigano e poi si mettono d’accordo sul potere”.

E in crisi secondo l’ex ministro ci sarebbe solo una soluzione: andare a votare. “Senza dubbio. Qualsiasi altra soluzione, un’intesa tra Pd e M5S in questo Parlamento sarebbe una manovra tra due sconfitti”. E sull'ipotesi di cambiare il nome al partito per rilanciarlo dice: ''da esperto avendo partecipato a tutti i cambi di nome dal Pci in poi. Non serve. Semmai dobbiamo unirlo, ricostruirlo e cambiarlo profondamente. Ora sembriamo una confederazione di correnti. E una confederazione di correnti non può vincere”.

Ma non solo, per Minniti rischia l’estinzione. “Senza dubbio è stata messa in discussione la sua prospettiva. Se la situazione non fosse stata senza precedenti, non avrei mai pensato ad una mia candidatura. Il futuro del Pd, inoltre. è connesso a quello della democrazia italiana”. E sul principale concorrente, Nicola Zingaretti spiega che “non è un avversario. Io penso a un ricamo unitario che valorizzi le differenze politiche. Per questo proporrò a tutti i candidati un codice di comportamento per far capire che non c' è una gestione contrapposta. Non dirò mai una parola contro di loro. Nel codice vorrei scrivere che chiunque vinca, avrà la collaborazione degli altri”.

“Quando stavo nel Pci, un leader di allora mi diceva: i capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità. Poi a volte si sbagliano e scelgono uno più intelligente e allora lo chiamano rinnovamento. Ecco, io voglio il rinnovamento”.

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