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Regione, Oliverio bloccato tra le tante incertezze

Niente giunta politica e tanti dubbi sulle alleanze

Calabria
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Il presidente Mario Oliverio
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CATANZARO – Il governatore Mario Oliverio si trova tra Scilla e Cariddi, tra uno scoglio e un gorgo marino. C’è chi graziosamente lo consiglia di dimettersi immantinente per il bene della Calabria e c’è chi invece lo invita a resistere. C’è, ancora, chi l’invita a cambiare spartito. Come? Facendo una giunta politica per gestire gli scampoli di fine legislatura. Ovvero, togliendo gli assessori tecnici e sostituendoli con assessori politici.

I prescelti godrebbero del vantaggio di usare l’apparato istituzionale in chiave elettorale. Già, ma con quale criterio realizzare le sostituzioni? Attraverso l’autoregolamentazione dei gruppi di maggioranza? Ma quale maggioranza?

E, poi, la potenziale coalizione (futura) starebbe a guardare? La pezza sarebbe peggiore del buco. Fra l’altro mancano i luoghi e i canali del confronto, della discussione. Non che gli addetti ai lavori non interloquiscano tra di loro, ma lo fanno in modo “carbonaro”, nel senso che parlano a titolo personale. A livello di lobby, tutt’al più. Il presidente Oliverio, dal punto di vista dei cambiamenti, è sparagnino non essendo incline alle sostituzioni. Talvolta cambiare significa cercarsi guai. Ma neppure stare fermi aiuta. È il solito dilemma. Qui non siamo alla patologia di Rosario Crocetta che, quando era governatore della Sicilia, cambiò, in tre anni, 55 assessori. Ma neppure all’habitat più morigerato dei colleghi De Luca ed Emiliano che hanno fatto in questi anni pochissimi ricambi, sudando però sette camice.

Soprattutto il governatore della Puglia che è molto irrequieto. Oliverio, fra l’altro, sconta alcuni affanni accessori. Proviamo a elencarli. Il fatto che non abbia uno straccio di partito dietro le spalle, ma neppure a fianco. I renziani sono spariti; ci sono i “comitati civici” di Scalfarotto che a fine mese terranno una convention meridionale a Napoli. Nello stesso periodo dovrebbe scendere in Calabria Nicola Zingaretti.

Continuiamo: il fatto che (sempre Oliverio) abbia sulla testa la spada di Damocle della sentenza della Cassazione, laddove passeranno settimane per conoscere l’esito. Il fatto che non ha un governo nazionale “amico”; per lui sarebbe sufficiente averlo almeno neutrale, ma così non è. Il fatto che si sia auto-ricandidato senza sapere quali forze politiche e movimentiste lo seguiranno. Ha puntato tutto sul civismo dei sindaci.

Il fatto che l’insieme di queste vicende incrocerà la stagione congressuale del suo partito, il Pd, che è deputato a formalizzare il consenso per una sua eventuale candidatura. Che avverrebbe o con una deroga (come quella concessa a Sergio Chiamparino in Piemonte) oppure con le Primarie statutarie (e dovrebbe vedersela con Carlo Guccione). Il fatto, infine, che, a oggi, non abbia modificato di una virgola la strategia di comunicazione di cui avrebbe bisogno come l’aria. Insomma, troppi “fatti” che dovrebbero incastrarsi tra di loro per provocare sbocchi virtuosi. Il vantaggio di Oliverio, teorico, è che gli altri competitori non se la passino molto bene.

Ma è pericoloso, in politica, affidarsi ai guai degli avversari. Neppure serve, per esempio, fare i calcoli basandosi sulle oscillazioni dell’astensionismo perché poi le tendenze si fanno in proporzione. Questa volta a rendere più complessa la questione generale è la presenza di due forze fresche che attraggono consensi, i sovranisti e i grillini, ma che non hanno ancora mostrato le loro carte.

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