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Il Pd ad un bivio tra congressi ed elezioni primarie

Oliverio sgomita, ma il partito non offre soluzioni

Calabria
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Orlando durante una visita in Calabria
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CATANZARO – Chi pensava (e forse sperava) che la venuta di Orlando in Calabria potesse dare la spallata alla ricandidatura del presidente Oliverio, ha sbagliato i tempi di metabolizzazione dei processi interni. È vero che da tempo non si teneva una assemblea regionale partecipata, ma rovesciare i problemi interni su quelli istituzionali è sembrata una scorciatoia. Tuttavia, il governatore resta sulla graticola. Non ha più la maggioranza nel Consiglio regionale. È mal visto dal governo in carica, specie sul versante sanitario. Ma l’autoreferenzialità - “la Calabria cambia passo” - è un recinto troppo angusto e, comunque, insufficiente a coprire certe distanze. A recuperare certi gap, a ridare smalto usurato nel tempo per l’accumulo di tante disavventure.

La Calabria dem vista da Roma è un oggetto irrequieto, rumoroso e rancoroso. Da sempre. Quando era segretario Veltroni parlò di statue di sale. Anche oggi occorrerebbe una buona dose di bromuro per sedare l’ambiente largamente orfano di leadership. D’altra parte non si può – come si dice – gettare l’acqua sporca con tutto il bambino. Sicché la giornata di sabato - l’assemblea con Orlando - si può archiviare con un sostanziale pareggio rispetto al paventato scontro interno che non c’è stato; anche se in taluni ha provocato delusione.

“I calabresi vogliono essere parlati”, diceva Corrado Alvaro. Il concetto è risuonato nei disimpegni del T Hotel. E così è accaduto che Mario Oliverio ha desiderato e desidera che il partito ascolti la narrazione del suo operato. «Mi si giudichi sulle cose fatte», avrebbe detto. Chi giudica chi? Il compito di allestire la “giuria” tocca al commissario Stefano Graziano che dovrà trovare i giurati.

Insomma, stante la situazione pietrificata, ci vuole del tempo. D’altra parte, a volerla dire cruda e un tantino cinica, a Roma più che Oliverio interessano i suoi voti. Da qui l’avvio di una fase che si può definire l’apertura di un’interlocuzione; che, però, potrebbe non servire a nulla, ma, in ogni caso, formalmente apre a una forma di ritrovata agibilità. I discorsi veri, le motivazioni autentiche, le soluzioni finali, si troveranno, se si troveranno, strada facendo. Per la pax c’è tempo.

Sul terreno per ora restano due macerie: il congresso e le primarie. Il congresso è difficile che si faccia per il semplice motivo che il Nazareno non ha interesse a farlo tenendosi la golden share di nominare i capilista. Che saranno importanti se si dovesse votare in anticipo. Neppure le primarie hanno grande futuro perché se non controllate a dovere possono diventare un’ordalia.

Quindi? Il tempo, usato bene, cioè non passivamente, è la medicina migliore. Alla fine il risultato di sabato è stato, come detto, un pareggio tra gli oliveriani e gli anti-oliveriani. C’è da aggiungere una postilla. Qualcuno si era chiesto se Orlando, venendo in Calabria, parlasse anche a nome di Zingaretti. Perbacco! Assolutamente sì. Proprio ieri Zingaretti ha nominato la segreteria nazionale promuovendo il vice Orlando al rango di vicario.

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