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Domenico Agresta

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Adesso i familiari lo chiamano “bastardazzu di merda”, almeno stando alle intercettazioni captate durante i colloqui in carcere, perché col suo “pentimento” li ha “rovinati”. Ma prima lo chiamavano “Cicciu Mc Donald”, per la stazza fisica. È l’ex baby padrino della ‘ndrangheta piemontese, quel Domenico Agresta, 33enne appartenente al casato di ‘ndrangheta che da Platì si è stanziato in Piemonte, e che con le sue dichiarazioni (LEGGI) ha contribuito a far scattare l’operazione Platinum, con cui la Dda e la Dia di Torino hanno messo a segno una trentina di arresti (LEGGI) sgominando il “locale” di Volpiano (ma anche un gruppo criminale dedito al narcotraffico e facente capo alla famiglia Giorgi di San Luca e attivo nel Land del Baden-Württemberg, in Germania).

LE RIVELAZIONI DI AGRESTA E I LEGAMI CON LA JUVENTUS

La sua affiliazione, come ha raccontato durante uno dei suoi interrogatori ai pm Antimafia – ha iniziato a “cantare” dal 2016 – risale alla primavera del 2008, qualche mese prima dell’omicidio di Giuseppe Trapasso, il piastrellista assassinato nel Canavese il cui cadavere fu ritrovato carbonizzato, per il quale è stato condannato a 30 anni. Le reazioni nella “famiglia” erano così significative proprio perché la sua posizione di “padrino” gli dava accesso a informazioni sulle dinamiche criminali e l’affiliazione dei vari esponenti.

A colloquio con gli inquirenti, del resto, ha ricostruito non solo l’ascesa ‘ndranghetistica che lo condusse in età giovanissima all’acquisizione della “dote” apicale, durante la detenzione per l’omicidio Trapasso, ma anche l’organigramma dell’associazione mafiosa che conosceva in virtù del suo pedigree familiare. Indicazioni aggiornate sul “locale” di Volpiano, non compiutamente note agli inquirenti rispetto a quanto già emerso nel processo “Minotauro”, spartiacque giudiziario che sancì che anche il Piemonte è terra di ‘ndrangheta.

Parliamo, del resto, del nipote omonimo di uno dei fondatori dell’”onorata società”. Agresta ha raccontato il suo pieno inserimento nella ‘ndrangheta reggina, ha svelato i ruoli di vertice del padre Saverio e dello zio Antonio nonché l’appartenenza all’organizzazione di buona parte dei suoi familiari (anche dal lato materno, quello della famiglia Marando, pure questa tristemente nota).

Ne è passato di tempo dalla sua affiliazione, ora che ha cambiato vita e ha pure conseguito il diploma studiando in carcere. Era un ragazzino quando fu affiliato in una casetta in cemento nell’orto di Giuseppe Romeo, insieme al quale fu arrestato nell’operazione “Cerbero”.

Il rituale lo ha raccontato lui stesso. Suo cugino, quale capo giovane, gli chiese, in dialetto calabrese, «giovanotto cosa cerchi», e lui: «sangue e onore». «Perché, sangue e onore non ne hai?». «Sì, ma voglio quello della società». E il cugino: «da questo momento in poi questo giovanotto non viene più riconosciuto come giovane d’onore ma come picciotto appartenente a questo corpo di società».

Suo zio Ciccio, che lo “portava avanti”, si mise in cerchio con gli altri. «Io volevo dare anche un bacio ma lui mi disse che un picciotto non poteva salutare dando dei baci. Poi mi hanno fatto gli auguri».

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