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Il giudice Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto 1991

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REGGIO CALABRIA – «Ma dove sta la verità? È come una rocca situata in cima a un monte e l’uomo non ha ali per raggiungerla. Egli non può che aprirsi la strada a fatica, su per le pareti, e spesso si smarrisce e spesso si insanguina le mani. Ciò che lo guida, ciò che lo conforta e lo sorregge è la bellezza di quella meta che gli risplende da lontano». Questi versi appartengono al magistrato reggino Antonino Scopelliti: sono incisi presso il monumento commemorativo di Piale, sul luogo dove – esattamente 28 anni fa – quella verità, tanto cercata, gli venne irreversibilmente preclusa. Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa in Cassazione per il primo maxi processo a Cosa Nostra, previsto nel suddetto grado di giudizio per la fine di quell’anno e a nulla valsero gli infruttuosi tentativi di corruzione da parte della criminalità (che arrivò ad offrire 5 miliardi per “raddrizzare” la requisitoria contro i boss siciliani, somma che il giudice rifiutò).

La verità, a quasi tre decenni di distanza, continua a mancare e, al momento, l’omicidio del giudice non ha né mandanti né esecutori. Eppure lo scorso anniversario aveva portato un buon vento di speranza, col procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri che, proprio durante la commemorazione a Piale, comunicava il rinvenimento di un’arma in un fondo agricolo catanese, fondatamente ritenuta quella dell’omicidio. Si trattava di un fucile calibro 12 (di fabbricazione spagnola, marca «Zabaleta Hermamos»), rinvenuto assieme a 50 cartucce Fiocchi, un borsone blu e due buste. Erano state le indicazioni del pentito catanese Maurizio Avola a indirizzare il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, la Squadra mobile di Reggio Calabria e la Polizia scientifica di Reggio e Catania, col coordinamento della Dda verso il prezioso rinvenimento. Ma il vento, quest’anno, è cambiato e ha spazzato via l’entusiasmo dello scorso anno.

La recente perizia – che i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria hanno affidato alla polizia scientifica- parla di un’arma «troppo vecchia, ossidata e incrostata per poter eseguire qualsiasi tipo di esame scientifico». Soprattutto, le cartucce sono «completamente difformi da quelle ritrovate sul luogo dell’agguato e sul corpo del magistrato» e «non è stato possibile accertare nessun profilo biologico né sul fucile né sulla borsa che lo conteneva». L’unica speranza sembra il numero di matricola, che potrebbe condurre all’identificazione del proprietario dell’arma o per lo meno all’acquirente. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo aveva anche riaperto l’inchiesta, con 17 presunti boss siciliani e calabresi indagati: la “primula rossa” Matteo Messina Denaro assieme ai catanesi Marcello d’Agata. Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola, senza tralasciare il gotha delle più potenti cosche della ‘ndrangheta: Giuseppe Piromalli, Giovanni e Pasquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti.

Le dichiarazioni di Avola (“sicario” della famiglia Santapaola, che ha confessato un centinaio di omicidi, tra cui quello del giornalista Giuseppe Fava) avrebbe anche fatto luce su un summit mafioso, svoltosi a Trapani nella primavera del 1991 (pochissimi mesi prima dell’omicidio) e presieduto dallo stesso Matteo Messina Denaro. Le rivelazioni cambiavano le carte: «la nuova proiezione investigativa fa ritenere che anche gli esecutori, pur godendo di appoggi della ‘ndrangheta locale, siano venuti dalla Sicilia e che anche nelle fasi esecutive Cosa Nostra abbia svolto un ruolo fondamentale», spiegava Bombardieri.

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