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Il boss Pino Piromalli "Facciazza"

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GIOIA TAURO – Scarcerato per fine pena dopo 22 anni di carcere duro al 41 bis Giuseppe Piromalli, 76 anni detto Pino “facciazza” o lo “sfregiato”. Si è presentato due giorni fa alle forze dell’ordine della cittadina della Piana proveniente dal carcere di Viterbo. All’uomo è stato notificato il provvedimento della misura della libertà vigilata per tre anni che era stata emesso dal giudice di Viterbo.

Il boss, sulla cui testa è passato un pezzo di storia della ‘ndrangheta calabrese ha preso domicilio proprio a Gioia Tauro, la città che lo ha visto a capo della più importante consorteria criminale calabrese. Era in carcere dal 10 marzo del 1999 quando, da latitante inserito allora nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi del paese, era stato preso di notte in un vecchio casolare trasformato in bunker, tra porte e finestre blindate, vie di fuga, recinzioni, un sofisticatissimo sistema elettronico alla James Bond per aprire e chiudere porte e finestre, cemento armato dappertutto, tanto che per entrare i Carabinieri guidato dall’allora colonnello Ciro Miglio e dal tenete colonnello Cosimo Fazio hanno dovuto usare martelli pneumatici per aprire una breccia.

L’hanno arrestato mentre dormiva, nel suo rifugio a due piani, strapieno di documenti, una cantina stracolma di champagne francese di grandissima qualità. Un bunker ricavato in un giardino in disuso nel quartiere Monacelli di Gioia Tauro: il suo regno. Alle pareti bel mucchio di santini sacri fra i quali la Madonna di Polsi ma anche la foto di Giuseppe Di Girolamo detto “Peppuccio” un consigliori di origini palermitane divenuto ‘ndranghetista anche con il consenso di Luciano Liggio.

Si era dato alla macchia quando uno dei provvedimenti giudiziari che lo riguardavano divenne esecutivo. Allora era infatti, implicato nel processo per l’omicidio dei fratelli Versace di Polistena avvenuta nel 1991 nel quale in primo grado venne condannato all’ergastolo, pena poi rimodulata nei gradi successivi, ma anche per associazione a delinquere di stampo mafioso; estorsione ai danni di una società che gestisce il porto di Gioia Tauro; infine, l’ultimo provvedimento, associazione a delinquere finalizzata all’accaparramento degli appalti pubblici per i lavori nel porto di Gioia Tauro.

Anche successivamente in molte altre operazioni di polizia si parlò di lui a cominciare dall’inchiesta “Cent’anni di Storia”, forse la più importante sotto il profilo giudiziario e per ultima l’inchiesta “Provvidenza” che lo ha visto assolto insieme alla moglie Maria Marino e al genero Francesco Cordì dalle accuse che gli venivano contestate.

Con i fratelli Gioacchino senior e Antonio detto “Nino” ha mantenuto la guida dell’omonimo casato per tantissimi anni ereditando lo scettro, proprio lui, Pino Piromalli, il ruolo di vertice che fu dei suoi zii paterni Mommo morto nel 1979 e Peppino deceduto nel 2003. 7

Veri capi storici di un casato che ha traghettato la ‘ndrangheta calabrese da mafia agropastorale e mafia imprenditrice e vera e propria holding criminale.

Di loro hanno parlato decine di collaboratori di giustizia che ne hanno descritto il controllo asfissiante non solo su Gioia Tauro ma su tutta la Piana, in Calabria e in mezza Italia. Una famiglia che ha condizionato, diretto ed indirizzato in alleanze con altri importanti casati di ‘ndrangheta come i De Stefano di Reggio Calabria, gli Alvaro di Sinopoli o i Mancuso di Limbadi i cambiamenti epocali a cominciare dalla creazione della nuova dote della “Santa”, il cui apripista fu Mommo Piromalli.

Pino Piromalli secondo i collaboratori di giustizia ma anche alcune sentenze imponenti, fu uno di coloro che seppe ereditare e guidare in regine di monopolio criminale l’avanzamento e la conquista di posizioni di assoluto rilievo della sua famiglia nel mandamento tirrenico. Posizioni raggiunte a suon di alleanze e di violenza.

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