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Il vicesindaco di Reggio Calabria, Antonino Perna, all'interno del Lido comunale

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REGGIO CALABRIA – Alle inaugurazioni un po’ ingessate preferisce i sopralluoghi operativi, non girare le spalle alle critiche e sporcarsi le mani (in questo caso anche i piedi…) cercando di capire come far tornare Rada dei giunchi il luogo del cuore e dell’anima dei reggini.

Così il vicesindaco Tonino Perna è voluto entrare, dopo i nostri recenti articoli, proprio con il Quotidiano dentro il Lido comunale Zerbi.

Un angolo di paradiso che oggi è una ferita dolorosissima, una bruttura che offende lo sguardo incastonata dentro uno scenario naturale unico e mozzafiato, lordato da un mare nostrum che qui si deforma in monstrum in un mix di fogna e fango, dall’incuria di anni di abbandono istituzionale che hanno fatto sbriciolare e cadere a pezzi un invidiatissimo stabilimento balneare (il primo costruito nel Sud Italia negli anni 20) e quelle cabine-gioiello che luccicavano sotto il sole e la brezza dolce e temperata dello Stretto.

Oggi il lido comunale chiuso per il secondo anno consecutivo (non per il covid) causa lavori di ristrutturazione (che però non sono ancora partiti) è diventato una porcilaia all’aperto (i rifiuti hanno invaso persino le sfolgoranti buganville) e luogo di massimo degrado cittadino nel cuore storico di Reggio ed accanto al nuovo delizioso tratto appena inaugurato del waterfront (di cui avrebbe costituito un continuum, per creare insieme un unicum di tutto rispetto).

È una terra di nessuno, e come tale avamposto di malaffare: prostituzione, droga, violenza e persino reclusione e torture agli animali sotto gli occhi di chi ne oltrepassa il cancello.

Il vice sindaco Perna ci precisa subito, infatti, di avere inoltrato una decina di giorni fa una missiva al comandante dei Carabinieri di Reggio illustrando proprio la situazione delle cabine lato nord dove a farla da padrone sono proprio prostituzione droga e detenzione di cani, nonostante la presenza di due custodi della struttura.

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Perna ci spiega anche perché ha preso a cuore, tra le piaghe reggine, proprio la ferita del lido. Non è qui né per la sua delega all’identità territoriale (ed il lido, a dire il vero, lo meriterebbe), né perché accarezza con il ricordo e la nostalgia la sua storica cabina di abbonato al n°128 ma perché «è più forte di me esserci per il Lido comunale, questo è un posto dell’anima dei reggini, rappresenta la nostra identità è un luogo di rara bellezza e deve essere doverosamente restituita ai cittadini perché ne siano orgogliosi».

Ed allora ci spiega, mentre ci inoltriamo nelle viscere, tremolanti ed instabili, dello stabilimento, la fatica fatta, insieme all’impresa incaricata dei lavori, per accedere materialmente alle cabine lato sud.

Solo dopo averle svuotate da tonnellate di rifiuti e detriti (e non si stanno usando iperboli giornalistiche) qui sono state avviate le indagini di vulnerabilità sismica da un’impresa fiorentina.

Sono ben visibili negli squarci dei muri i segni del cemento recente utilizzato nei carotaggi della struttura balneare. Si tratta di lavori propedeutici ed indispensabili a quella operazione di resurrezione del lido comunale che arriverà grazie al mega progetto di riqualificazione.

Un restyling che sarà realizzato con fondi sia della Sovraintendenza (due milioni di euro) che del comune (un milione e seicento mila euro). I fondi del progetto finanziato con i “Patti per il sud” saranno, però, utilizzabili solo dopo l’approvazione del bilancio di previsione (Palazzo San Giorgio sta attendendo il riparto delle somme del fondo previsto dal decreto sostegno bis in favore dei comuni interessati dalla pronuncia della corte costituzionale) per questo motivo, al momento, ed ancora per qualche mese, sarà tutto immobile.

L’ok al bilancio, giura Perna (che ci mette la faccia), sancirà la ripresa e la conclusione delle indagini di vulnerabilità e l’avvio del progetto di rinascita del Lido. Crederci, insistere, perseverare, pressare: «A maggio del 2022 potremmo riavere agibile il lido comunale» dice ancora Perna nel nostro percorso ad ostacoli, davanti le ceneri ancora fumanti di una cabina. Le altre nella zona nord sono un orinatoio. In altre ci sono materassi e preservativi in terra. In una vi è persino una pesantissima panchina di pietra gettata chissà perché all’interno.

Più a nord scene di vita familiare (come panni stesi al sole ed odore di cucinato) lasciano intuire la trasformazione di alcune cabine in abitazioni di fortuna. Altre hanno serrature luccicanti e fanno da deposito per traffici illeciti.

Siamo persino testimoni oculari della reclusione di un cane all’interno di una di queste cabine che sembra un loculo sotto al sole ma con serratura nuova di zecca e rete metallica alla finestrella da cui a malapena respira l’animale.

Perché, intanto, qui, tra brandelli di cemento e ferro, nella terra di nessuno in cui si è trasformato il lido, ognuno si sente padrone di fare ciò che vuole e le suggestioni delle foto d’epoca della naturale magnificenza di rada dei giunchi sembrano solo un sogno sbiadito dal tempo.

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