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di GIOACCHINO CRIACO*

È il rombo dell’aereo che apre il giorno, ai piedi dell’Aspromonte. Un aereo solitario, patetico: si carica di sale jonico per rispondere all’arsura montana.

Va avanti così, da giorni. Va avanti così da anni. A ogni nuovo attacco, un nuovo scroscio di contraerea d’accatto: chiacchiere, chiacchiere di anni. Il fuoco si sta portando via un terzo della madre antica.

Se non la porterà via tutta, sarà, come sempre, per decisione della montagna: a un certo punto entrano in campo misteriose forze; un vento contrario, un temporale imprevedibile. I roghi si smorzano, il fumo si infila in un buco dell’atmosfera, lascia il pianeta.

Il ronzio di mosca dell’aereo solitario si perde in lontananza. Gli incendi in montagna arrivano ciclicamente, perfettamente prevedibili -lasciano morti e feriti. Vanno via-. L’anno dopo tutto ricomincia, in un triste gioco di reset, di alzheimer collettivo.

Il fuoco, la fiamma che azzanna, è rogo di coglionanza o di arroganza. Di chi è talmente folle da utilizzarlo per la pulizia delle proprie frasche. Di chi è talmente truce da utilizzarlo come affermazione di forza. I responsabili del fuoco sono i coglioni e i criminali. Quando gli incendi partono, poi, arrivano e si coagulano tutti gli interessi avversi al bene. Individuare i colpevoli è tutt’altro che difficile: gli incendi, le zone di partenza, sono il manifesto del volto del coglione o del criminale. Per loro non galera o pene esemplari. Esilio sociale. Disprezzo pubblico.                         

Ammazzare la montagna. Uccidere l’Aspromonte. È il tentativo di annientare un universo intero. Nulla di criminale è paragonabile a esso. Ma coglioni, criminali, e interessi aggiunti, sarebbero impotenti, senza la responsabilità, complicità, la stupidità, l’indifferenza, di un’intera classe politica, della quasi totalità del corpo dirigente, di un’amplissima parte di popolo.

Pensare di difendere 65.000 Ha di Parco Aspromontano, 75.000 Silano, 103.000 del Pollino, e gli ettari a migliaia delle aree protette regionali, con un paio di migliaia di uomini, con pochi mezzi, scarse risorse, nessun progetto. Follia. Impudenza. Coglionanza e arroganza insieme.

La montagna si salva se diventa un progetto, la cartolina non basta. L’Aspromonte vince se è risorsa, se dà risposte ai bisogni. Le passeggiate non bastano. L’Aspromonte smetterà di bruciare quando le competenze andranno tutte all’Ente Parco. Dentro l’Ente Parco. Le guide del Parco diventeranno personale del Parco. Le associazioni, quelle serie, saranno consigliere ascoltate. Si assumerà il personale sufficiente, gli si darà la preparazione adeguata.

Un Parco deve avere tutto per difendersi e deve arrivare a produrre ciò che gli serve. Deve avere la capacità di parlare con tutti i soggetti della montagna, riaggregare le comunità. L’Aspromonte deve tornare a essere la madre dei propri figli, di tutti, sfamarli oltre ad allietarli. Deve distribuire le ricchezze, non dissiparle o perderle per sempre negli incendi. Deve avere un grande progetto in cui tutti si sentano coinvolti: perfino i potenziali coglioni, persino i soliti criminali.

Nessuno deve vedere, nel Parco, un nemico. Gli si deve appartenere, paritariamente. E, ai Comuni che cedono il proprio territorio, va dato il giusto ristoro. Il bosco va pulito, tagliato. Vanno piantati gli alberi giusti. Non qualunque albero. La montagna sana, è ambiente sano, meno alluvioni. Vita migliore. Ma la guerra non la vinci con un addetto ogni 250 ettari. Non la vinci se non hai i pastori alleati. Se i carabinieri forestali non facciano tesoro degli insegnamenti e della confidenza col territorio col defunto e glorioso Corpo Forestale.

L’Aspromonte vive se gli spazi di pensiero, di libertà, sotto le querce di Africo, si moltiplicano. Se i calabresi prendano a parlarsi. Perché Africo insegna anche questo: i virus, gli incendi, possono essere salvifici per il Feudo, per le mafie. Per chi ha bisogno del caos e del silenzio per sopravvivere.     

*scrittore

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