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La procura di Reggio Calabria

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REGGIO CALABRIA – Appena 33 anni e già un esponente di spicco della cosca Serraino di Reggio Calabria. Antonino Filocamo aveva risalito la gerarchia del clan in pochi anni, fino alle manette scattate il 9 luglio dello scorso anno nell’ambito dell’operazione “Pedegree”. In pochi giorni, però, il giovane rampollo aveva deciso di cambiare schieramento e di collaborare con la giustizia. Un’ottima occasione per la Direzione distrettuale antimafia che dalle sue cantate aveva iniziato ad ottenere elementi utili.

Fino a ieri, quando il corpo di Filocamo è stato rinvenuto in una abitazione di Lecce, dove il trentatreenne si trovava in regime di protezione. I dubbi, però, sono tanti, come evidenziato anche da Klaus Davi, il massmediologo che ha dichiarato di avere sentito più volte il pentito negli ultimi tempi (LEGGI).

Un giallo in piena regola, con lo stesso Klaus Davi che oggi è tornato a chiedere di verificare con attenzione le cause del decesso del pentito calabrese, con il quale tra l’altro si era dato appuntamento per i prossimi giorni.

Le “imbasciate” dal carcere e le estorsioni

Il profilo di Filocamo è quello dell’uomo capace di stare a stretto contatto con i vertici della cosca Serraino. L’accusa contenuta nell’ordinanza dell’operazione “Pedigree” è che lui possa avere agevolato le comunicazioni del capocosca dei Serraino con l’esterno del carcere. Per conto di Maurizio Cortese, inoltre, avrebbe formulato richieste estorsive a imprenditori e commercianti che dovevano sostenere economicamente i detenuti affiliati alla cosca.

Un “braccio operativo” della cosca, dunque, ma anche persona fidata a cui delegare le comunicazioni.

Il giovane reggino con l’operazione della Dda di Reggio Calabria si era visto sequestrare anche il bar “Royal Café” che gestiva sul viale Calabria, a poche decine di metri dall’aula bunker. Durante la perquisizione dell’esercizio commerciale, il giorno dell’arresto, gli agenti della Squadra mobile avevano trovato anche una pistola.

Dopo il suo pentimento, seguito dai pm di Reggio Calabria Stefano Musolino e Walter Ignazitto, e dal procuratore Giovanni Bombardieri, sarebbe andato in aula molto presto, proprio per il processo alla cosca Serraino.

L’omicidio Gullì ricostruito con i pm

Nel frattempo, lo scorso mese di marzo, c’era stato il suo “battesimo” come pentito. Filocamo aveva, infatti, ricostruito l’omicidio di Nino Gullì, avvenuto nel quartiere Modena, a Reggio Calabria, la sera del 5 maggio 2008 quando con tre colpi di arma da fuoco al petto venne ucciso l’ex pentito Antonino Gullì che si trovata all’interno di una sala giochi.

Filocamo non aveva avuto dubbi: «Mi ha detto Nino Barbaro che Franco Giordano è il mandante dell’omicidio di Nino Gullì».

L’attentato all’epoca aveva scosso gli ambienti della ‘ndrangheta reggina perché Nino Gullì non era un semplice gregario dei clan. Piuttosto, ricopriva un ruolo preciso all’interno della cosca Serraino-Rosmini.

Per questo, la sua collaborazione, iniziata nel 1996 e durata fino al 2002, aveva fatto tremare i clan in riva allo Stretto. Dopo sei anni, però, Gullì aveva deciso di ritrattare e di uscire dal programma di protezione, tornando a Reggio Calabria. La sua fine era stata già decretata dalle cosche.

A distanza di 12 anni, il 18 settembre 2020 il pentito Antonino Filocamo ha raccontato al sostituto procuratore della Dda Sara Amerio cosa gli ha riferito nel carcere di Catanzaro Nino Barbaro, presunto affiliato alla cosca Serraino, arrestato con lui nell’operazione “Pedigree”. Quando il pm Amerio gli ha sottoposto la fotografia di Giordano, infatti, il pentito Filocamo lo ha subito riconosciuto e ha affermato: «È un esponente dei Rosmini. Durante la detenzione a Catanzaro Nino Barbaro mi ha detto che Franco Giordano è il mandante dell’omicidio di Nino Gullì».

Le dichiarazioni di Filocamo e le sue esperienze tra la malavita reggina sono finite nella giornata di ieri. La sua morte ha chiuso la bocca al pentito, qualunque possa essere stata la causa.

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