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Gli “insediamenti informali” degli immigrati nella Piana di Gioia Tauro

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Dal Lodigiano alla Piana di Gioia Tauro. Da nord a sud, da una campagna all’altra. Passando per Balcani, Serbia, Grecia, Bulgaria e Iraq.

A dicembre, solo qualche settimana prima che la sua terra d’origine diventasse il primo focolaio dell’epidemia, con il “paziente 1” da Covid-19, Ilaria Zambelli, 38 anni, arriva nella Piana di Gioia Tauro – “A Chjiana” – a coordinare il progetto “Terragiusta” dell’associazione Medu-Medici per i diritti umani: interventi sul campo per dare assistenza ai braccianti soprattutto durante il periodo della raccolta degli agrumi, da ottobre ad aprile, realizzati anche grazie alla Caritas e ad altre associazioni attive sul territorio come Mediterranean Hope, Programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), Sanità di Frontiera, Csc Nuvola Rossa e Co.S.Mi. (Comitato solidarietà migranti) e Sos Rosarno.

Quando Ilaria è arrivata nella Piana, l’emergenza Covid-19 non era ancora scoppiata, anche se da queste parti l’emergenza è da almeno dieci anni tutt’altro che una novità. E se è difficile immaginare che condizioni già disumane possano peggiorare, con l’emergenza sanitaria da Covid-19 i braccianti della Piana – un migliaio di uomini per la maggior parte dai 20 ai 40 anni di origine subsahariana – sono allo stremo.

Hanno fame e rischiano il contagio più di chiunque altro.

Sono sparsi tra la Tendopoli di San Ferdinando e i cosiddetti “insediamenti informali”, come il campo container di Rosarno e i casolari abbandonati di Taurianova e Drosi. Alcuni stanno ancora lavorando, anche se la maggior parte di loro si preparava già dalle scorse settimane a spostarsi in altre zone d’Italia per le prossime raccolte stagionali ed in estate nel foggiano per la raccolta dei pomodori. Invece è arrivata l’emergenza – qui “l’emergenza nell’emergenza” – con le entrate economiche, normalmente vicine allo zero, ridotte a zero.

In più, da quasi un mese, i tre medici di Medu che riuscivano ad incontrarli almeno una volta a settimana non possono più raggiungerli, perché anche qui mancano i dispositivi di protezione prescritti per i sanitari durante le visite mediche: mascherine con filtro, guanti, camici monouso, occhiali protettivi, calzari sovrascarpe e copricapo.

«In questo momento – ci racconta Ilaria – stiamo tentando di recuperare dispositivi di protezione che possano permettere ai nostri tre medici di tornare ad operare sul campo, almeno per fare screening rispetto al coronavirus. Siamo in contatto con alcune aziende, ma le tempistiche sono identiche a quelle del resto del Paese. Non ci sono canali preferenziali. All’inizio di marzo abbiamo dovuto sospendere le visite mediche con l’unità mobile, un camper che non ci permetteva di rispettare la distanza di sicurezza. Veniva effettuato un triage con la misurazione della febbre, ma ora senza nemmeno mascherine e guanti non è possibile continuare. Siamo rimasti attivi però con un triage telefonico e abbiamo spiegato che chiunque di loro può chiamarci in caso di sintomi. Anche perché queste persone non hanno un medico di base, essenziale in questa situazione per monitorare il proprio stato di salute. I nostri mediatori fanno tutti i giorni un giro di telefonate, ma in questo momento, non visitando nessuno, non abbiamo contezza esatta della situazione sanitaria. Le persone con cui siamo in contatto, per ora, ci dicono che stanno bene. Ma sono le loro stesse condizioni di vita che potrebbero favorire il contagio».

Anche per questo nelle ultime settimane, grazie ai mediatori culturali e ad una dottoressa – l’unico dei tre medici rimasta reperibile in caso di emergenza – l’associazione Medu ha puntato alla prevenzione, realizzando e distribuendo materiale informativo in diverse lingue, con il decalogo del Ministero della Salute sui comportamenti da tenere per prevenire il contagio e la diffusione del virus. Uno sforzo importante, in una condizione igienico-sanitaria già molto precaria di partenza.

«La tendopoli di San Ferdinando – continua Ilaria – che in questi giorni ospita circa quattrocento persone registrate, ha i servizi igienici, ma non in numero sufficiente a garantire una distribuzione sicura degli ospiti. Ora il sindaco di San Ferdinando ha predisposto l’igienizzazione ogni due giorni. L’acqua c’è, ma l’elettricità scarseggia perché ci troviamo in una zona industriale. Per il cibo ci si autorganizza, ma non c’è la possibilità di cucinare. Negli insediamenti informali la situazione poi è ancora più grave e molti di coloro che vivono lì sono dei veri e propri invisibili, che fino a qualche settimana fa si facevano trovare nei punti dove sapevano di poterci trovare una volta a settimana».

Il campo container a Rosarno, innanzitutto: centocinquanta persone, all’incirca, che vivono in una ventina di container con appena luce e acqua. Poi ci sono i casolari abbandonati della zona di Taurianova – una settantina di abitanti – e quelli di Drosi, dalle trenta alle quaranta persone in tutto. Infine, un numero imprecisato di baracche, piccole e piccolissime comunità che non sempre si riesce ad intercettare. Nei numerosi rifugi di fortuna di questi stanziamenti fantasma non c’è elettricità, né acqua. Il cumulo di immondizia, invece, è quello che si forma nonostante la scarsità di cibo e di beni di prima necessità, nonostante desolazione e miseria assolute; immondizia che nessuno sa dove smaltire. A Taurianova, per bere e lavarsi, si riempiono delle taniche ad un rubinetto che dà solo acqua fredda a 500 metri dagli insediamenti.

Tutti fanno fatica a trovare qualcosa da mangiare. «Tre giorni fa abbiamo distribuito insieme a Mediterranean Hope il poco liquido igienizzante rimasto. Ma la richiesta principale è il cibo. Ci sta aiutando moltissimo la Caritas e ci stiamo coordinando con altre associazioni del territorio, ma servono due pasti al giorno, è un grosso impegno ed è difficile raggiungere tutti».

Il 21 marzo, Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Fcei, Medu, Sanità di Frontiera, Csc Nuvola rossa, Comitato solidarietà migranti e SOS Rosarno hanno scritto alla Regione Calabria per chiedere una soluzione abitativa immediata, in grado di garantire la prevenzione e il contenimento del Coronavirus all’interno degli insediamenti precari. «Le nostre proposte operative per l’emergenza Covid-19 nella Piana di Gioia Tauro relative alle condizioni abitative dei braccianti – spiega Ilaria – sono tre. La migliore, secondo noi, è quella di poter spostare queste persone in strutture alberghiere. Da un lato, si avrebbe a disposizione uno spazio più sicuro e monitorato dal punto di vista sanitario, dall’altro gli albergatori potrebbero contare su un introito prezioso, vista la crisi imminente del settore. Le altre due ipotesi riguardano la sistemazione di queste persone all’interno degli immobili agibili confiscati alla mafia ed il trasferimento nelle strutture di accoglienza Siproimi e Cas. Per ora nessuna risposta».

A monte, una non gestione cronica del flusso di questi lavoratori stranieri – la Piana di Gioia Tauro ne conta anche oltre 3500, presenti qui molti mesi se non tutto l’anno – ma rispetto ai quali l’unico confuso ed incessante cambiamento di cui la politica di vario colore si è preoccupata negli anni è stato quello della loro condizione giuridica e delle relative misure sanzionatorie. Nulla riguardo il degrado abitativo e lo sfruttamento lavorativo a cui sono sottoposti da anni. Nulla di sistematico riguardo facilitazioni di accesso al mercato degli affitti o all’assistenza sanitaria. Al contrario, tutto affrontato come fosse sempre una “prima volta”. Un’emergenza, appunto.

«Ovviamente in questo momento – conclude Ilaria – servizi di aiuto per accedere a visite specialistiche o iscrizioni anagrafiche, o per la tessera sanitaria, sono sospesi. E tra le altre urgenze, c’è la necessità di spiegare a queste persone con una comunicazione semplificata i decreti e tutte le autocertificazioni che si stanno avvicendando in questi giorni. I mediatori culturali ed una operatrice legale stanno cercando di dare indicazioni in lingua madre, anche per evitare futuri provvedimenti penali che nel caso di questi lavoratori impedirebbero l’accesso già complicato a documenti fondamentali come i permessi di soggiorno».

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