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L'interno del cimitero di Rosarno

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UNO dei grandi custodi dei segreti della ‘ndrangheta potrebbe essere il cimitero di Rosarno. Sparizioni e morte sospette: una strage, coperta dall’indifferenza e dall’omertà. Sarebbero oltre venti le persone, in prevalenza donne, sparite da Rosarno negli ultimi trent’anni. Sono tutti fantasmi del passato. Di alcune donne non esistono foto.

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Difficile anche avere un elenco dettagliato con nomi e cognomi delle vittime. È il 1981. Annunziata Pesce ha 30 anni ed è la nipote di Giuseppe Pesce, il boss del clan storico di Rosarno. Di lei si perdono le tracce, sparita nel nulla, inghiottita dall’omertà. Per anni della donna non si saprà più niente, il suo ricordo verrà cancellato con il terrore.

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Nel 1983 il pentito Pino Scriva racconterà il suo calvario. Le sue rivelazioni, però, cadranno inspiegabilmente nel vuoto. Quando nel 1999 il tribunale di Palmi dichiara la sua morte presunta, nessuno si ricorda più di quella vecchia storia. Di lei non esistono fotografie. Annunziata è solo un fantasma del passato. Il 2010 è l’anno della “luce”. Davanti al magistrato della Dda di Reggio Calabria, Alessandra Cerreti, la collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce ricostruisce fatti concreti: donne fatte sparire, i loro amanti assassinati.

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E riapre il caso di sua cugina Annunziata. La vicenda troverà conferma anche nelle parole di un altro pentito di Rosarno, Salvatore Facchinetti. La donna si era macchiata di un grande peccato: aveva violato il codice d’onore della ‘ndrangheta. Anzi aveva fatto un doppio oltraggio: da vedova aveva intrattenuto una relazione sentimentale. E per di più con un uomo dello Stato, uno sbirro, un carabiniere in servizio alla stazione di Rosarno. Un disonore inaccettabile, che violava tutti i codici della ‘ndrangheta.

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Annunziata viene prelevata con la forza da due persone in pieno giorno mentre cammina nel centro cittadino di Rosarno. Viene caricata su un’autovettura e sparisce: nessuno ne saprà più nulla. Il carabiniere viene trasferito, la scomparsa della donna totalmente dimenticata. Ma la cugina ricorda quello che si diceva tra le mura domestiche e lo mette a verbale. Ad eseguire la sentenza di morte sarebbero stati i fratelli della donna, Antonino e Carmine.

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Infatti, secondo il codice delle ‘ndrangheta, il disonore deve essere lavato dagli stessi familiari. «Le donne che tradiscono vengono uccise – dirà Giuseppina Pesce – E’ una legge. Ed è successo tante volte in passato, perchè qui, in Calabria, ragionano così. Hanno questa mentalità». Fino al 1981 la legge riconosceva il valore sociale dell’onore e concedeva le attenuanti a chi ammazzava per difendere la reputazione. Poi la norma è stata cancellata. Tranne nei feudi della ‘ndrangheta, dove la fedeltà è per sempre.

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