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“Volevo soltanto che tutto finisse, è stato un incubo. Camminavamo sulla spiaggia, mi hanno offerto da bere e ho rifiutato, sembrava tutto tranquillo. Ma appena siamo rimasti soli, ho capito di essere in trappola”. Una ragazzina di 19 anni, il suo breve racconto dell’orrore. E’ un posto magico San Felice Circeo, sul litorale del Lazio, dove Omero fa attraccare Odisseo, mentre Circe trasforma i suoi compagni di viaggio in porci. Non è per gente dei quartieri popolari di Roma: la transumanza d’estate è per quelli dei Parioli, del Flaminio, dei Prati. Ci sono le ville, le feste, le schiere di sedicenni che guidano minicar sdegnosi, e a 20 magari già una Porsche. Ecco perché quei fantasmi di nuovo gridano alle nostre orecchie, ai nostri cuori di cerume, alle nostre teste senza memoria. Ci scrollano nella notte, chiedono giustizia. Ancora, e ancora.

Perché nonostante i processi, giustizia vera non ce ne fu per tutto quel sangue del ‘75, per quella maschera d’ecce homo di Donatella Colasanti uscita dal portabagagli di una 127 bianca come dall’ultima fossa dell’inferno. Esanime, seppur viva. Aveva trovato la forza e il coraggio di fingersi morta per evitare il colpo di grazia, toccato invece a Rosaria Lopez. Rosaria che le stava accanto, lì dentro, il suo corpo martoriato ficcato in una busta di plastica, soffocata in una vasca da bagno dopo 36 ore di sevizie nelle mani di Angelo Izzo, Andrea Ghira, Gianni Guido, demoni neofascisti della Roma bene. Mancano pochi giorni e saranno 45 anni da quel massacro, da questa ignobile storia italiana. Ma ancora quel luogo e quelle donne ci chiamano, ci interpellano, riaprono una ferita mai rimarginata.

Oggi una ragazzina. Lascia senza parole, quel racconto. Tornano altri fantasmi, nella prosa chiara e disperata dei Monologhi per una donna, di Franca Rame: ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa, lo sento. Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli, li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come a essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe, in ginocchio, divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi. E’ chiara, disperata, anche la voce di Donatella Colasanti, in quella ultima intervista prima della morte per cancro. Aveva lottato per trent’anni, quel resto di vita che le era rimasta dopo l’inferno: “Ho lavorato da sola, mentre tutti facevano finta di niente, dai magistrati ai ministri. Ai giornalisti”.

Quando impareremo a chiedere scusa? Quando, se sulla brutta storia di Acerra, nel Napoletano, il fratello che sperona la sorella sullo scooter e la uccide, ci ostiniamo sulla parola gay, sull’accoppiata “relazione omossessuale”, invece di chiamare per nome Ciro Migliore, il suo compagno transgender? Quanto ha ragione Ilaria Dondi, giornalista, voce incessante, attenta: su “Roba da donne” ci sbatte in faccia chi siamo, quando non siamo in grado di rappresentare la realtà per quella che è; rei, come siamo, di riduzionismo e mistificazione di essa, di omofobia e sessismo, di alimentare una cultura sociale violenta e machista che ha una sola visione, che sminuisce, umilia e sopprime ciò che non le è conforme. Più che colpevoli, morti: perché se il giornalismo italiano non riconosce il problema, ma pensa a una svista o a correggere parole come se fossero refusi e non mattoni culturali, allora il giornalismo italiano stesso è morto. Cosa risponderle. Che questo è il paese degli orchi, del silenzio, degli omissis. Del buio. E che quando lo raccontiamo, non sappiamo farlo. In un paese così, quando avranno giustizia Franca Rame, Donatella, quando ne avrà la ragazzina violentata al Circeo dai figli della Roma boriosa e pariolina? E le ragazze drogate e abusate a Matera?

Sentiamo qualcuno al telefono. Dalla città dei Sassi, tutti ci dicono che non si era mai sentita una cosa così da queste parti. Maddalena Cialdella, psicologa e psicoterapeuta, Ctu del Tribunale ordinario di Roma, spiega come i ragazzi che violentano non siano in grado di tollerare un rifiuto. Perché? “Accade in una società nella quale è difficile posticipare un bisogno, dove c’è una carenza assoluta di educazione emotiva ed empatica, dove perciò non c’è spazio tra pensiero e azione: se una cosa mi piace, me la prendo, e subito. E diversamente da ciò che si pensa lo stupro non ha nulla a che fare con la sessualità: è un atto che si camuffa: sotto c’è una ostilità, collera, controllo, un bisogno narcisistico, molti di questi aggressori hanno la caratteristica di sentirsi così grandiosi da poter agire indisturbati”.

L’Italia non difende nessuno. I lavoratori, i diseredati, i bambini, gli anziani. Le donne. Denunciare ancora fa paura, è ancora troppo spesso una cosa da rimandare. A causa della gente. Poi perché a che serve?, ti senti rispondere, quando una volante non arriva, e se arriva rischia di farlo dopo che il coltello ha già tagliato la gola, quando già il sangue scivola sulle pieghe dell’asfalto o sulle fughe delle mattonelle in cucina. “Non se ne esce se non si rimuovono le ragioni culturali. La nostra è una società ancora fondata sul patriarcato, e la libertà delle donne è annientata, legata al consenso di un potere maschile troppo forte”, ci dice con rammarico Antonella Veltri, presidente nazionale di D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, a cui aderiscono 80 centri in tutta Italia. Chi è l’uomo violento, chi uccide? “E’ il fratello, come ad Acerra, il marito, il compagno, e non dobbiamo stupirci se il violentatore non è della classe sociale più bassa, se è il vicino di casa, se è la persona con la quale convivi. Soprattutto non dobbiamo stupirci se in un percorso giudiziario italiano così complesso la donna si trovi nelle condizioni di dover addirittura affermare la propria credibilità”.

Occorre avere il coraggio di ammetterlo: in quanti confidano, sempre, nell’innocenza di una donna abusata? Quante volte abbiamo sentito ripetere inammissibili mantra quali se l’è cercata? Maddalena Cialdella ci ricorda di un fenomeno che si è ripetuto, e si ripete fin troppo spesso. nel nostro paese e altrove: bambine violentate da padri, fratelli, zii; madri che sanno, ma tacciono. Che costringono la vittima a negare: “E’ il peggiore dei traumi. A violentarti è una persona che ami, sai di essere abusata proprio da chi avrebbe avuto il compito di amarti e proteggerti. Queste cose poi un giorno nella vita saltano fuori, magari quando vai in terapia per altri problemi, ed è una scoperta devastante: la violenza, la confessione a una madre che ti ha detto di essere pazza, di avere inventato tutto”.

E’ la storia dell’Italia. Ma, come sempre, la storia del mondo. Carol Pires, giornalista, ci racconta di orrori dal Paraguay (uno dei paesi con più alto tasso di maternità infantili nel pianeta), dal Brasile, dal Nicaragua. Dall’Ecuador, dove Norma per esempio, una ragazzina stuprata dal padre, è stata costretta a portare avanti la gravidanza nonostante un tentativo di suicidio. Durante il parto, mentre opponeva resistenza, si è sentita dire dal medico: “Se hai aperto le gambe prima, perché non puoi farlo ora?”.

A dicembre scorso il mondo inorridì per le storie raccontate da Survival International: bambine drogate e abusate ripetutamente, per anni, in alcune scuole residenziali dell’India, create ad hoc. Una sofferenza insopportabile. In ordine di tempo la nostra ultima India, invece, è a Lecce: una bambina di sette anni violentata e picchiata dal padre con gli utensili da cucina. La madre sapeva tutto, ed era d’accordo: era un modo, ha detto ai magistrati, per far capire alla figlia “come comportarsi in futuro”.

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