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Ali Ghezavi

Tempo di lettura 4 Minuti

Ali. Ali è lo stesso di un’immensa profezia di Pier Paolo Pasolini: uno dei tanti figli di figli/che scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi,/e saranno con lui migliaia di uomini, coi corpicini e gli occhi, di poveri cani dei padri,/sulle barche varate nei Regni della Fame…/Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, a milioni, vestiti di stracci asiatici, e di camicie americane…/… e da Crotone o Palmi saliranno a Napoli, e da lì a Barcellona, a Salonicco e a Marsiglia…/Anime e angeli, topi e pidocchi, col germe della Storia Antica…/Essi sempre umili, essi sempre deboli, essi sempre timidi, essi sempre infimi, essi sempre colpevoli, essi sempre sudditi, essi sempre piccoli, essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare/.

Crediamo che il mondo debba inginocchiarsi di fronte a questo bambino, se non voglia davvero rischiare di cascare giù e sparire dalle carte dell’universo come spesso abbiamo la tentazione di pensare che meriti. Ali Ghezavi, Ali che ha smesso di sognare, smettendo di mangiare e di bere, di parlare. Smettendo di vivere. E vivere non è un verbo adatto alla sua storia di bambino di soli quattordici anni, per nove esule con la famiglia e con le sue poche cose. In fuga dalla Siria verso il Libano, la Spagna e quindi l’Olanda. Suicida, Ali, qualche giorno fa, stremato, con addosso e negli occhi una odissea gravosa come una pietra stretta al collo trascinata ovunque il cui nodo, ora, ha sciolto per sempre. Non la fame, non la sete, non la fatica, fatali gli sono stati l’ennesimo rifiuto di protezione, l’ennesimo voltargli le spalle di qualche addetto le cui mani timbrano “no” su una pratica mangiando sandwich, mani che poi tornano a casa a fare la vita di sempre, visi che diventano pallidi in ufficio poi davanti alla tv di casa, e che il giorno dopo tornano a fare lo stesso mestiere.

Visi impalliditi. Come è il mondo, impallidito. Che non guarda, che non si volta a guardare. Che non ha badato agli occhi di Ali, a cui ha risposto che un’altra esistenza per lui non era nei protocolli, non era prevista. Avrebbe dovuto fare ancora marcia indietro Ali, ma non era sopportabile. Così lo hanno trovato cadavere nel centro profughi di Gilze, nella regione olandese del Limburgo, gli occhi chiusi sul suo sogno di diventare un cardiologo, accanto a sé l’ultimo libro scritto in inglese. Dopo la fuga da Daraa, al confine con la Giordania, la città del sud della Siria culla nel 2011 della rivolta contro il regime del tiranno Assad, l’arrivo nel confinante Libano, poi in Spagna, a Murcia. Un viaggio lungo un tempo infinito, perché carico di stenti e fatiche, tra campi, fango, caldo, gelo, fame, sete, sonni impossibili, accalcati l’uno sopra all’altro. In mezzo però c’erano i suoi volumi belli, sudici e preziosi di studente appassionato, con dentro la sua storia di ragazzino delicato che sognava di medicare il cuore delle persone. Fino a quell’ultimo muro, con sopra i cocci appuntiti e mortali dell’ultimo divieto.

La morte di Ali equivale alla morte dei bambini nei campi di sterminio, si sappia. Il suo suicidio è il suicidio di tutti. Come tutta l’umanità morì insieme ai bambini di Auschwitz. E come è morta a Srebrenica, come è annegata nel Mediterraneo, bruciata a Hiroshima. Se è un bambino a morire perché nessuno ha ascoltato il suo grido, è l’umanità intera a morire. Ma l’umanità intera non dorma, non prenda sonno, non faccia promesse nella notte di San Lorenzo vedendo cadere una stella. Si metta invece in ascolto: lì fuori ci sono milioni di bambini che bussano alle nostre porte. Da vivi bussavano, bussano ancora più forte da morti.

“Apritemi sono io…”, scrisse il poeta turco Nazim Hickmet in onore della piccola di Hiroshima, che bussa ancora invano a tutte le porte, alle case di tutte le scale. Ma nessuno la vede. Perché i bambini morti nessuno riesce a vederli./Sono di Hiroshima e là sono morta/tanti anni fa. Tanti anni passeranno./Ne avevo sette, allora: anche adesso ne ho sette perché i bambini morti non diventano grandi./Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,/avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro./Un pugno di cenere, quella sono io/poi il vento ha disperso anche la cenere./Apritemi; vi prego non per me perché a me non occorre né il pane né il riso:/non chiedo neanche lo zucchero, io: a un bambino bruciato come una foglia secca non serve./

Foglia che fa rumore nell’universo, e non tra gli uomini. Perché? A quanti, a quante persone avrà implorato Ali? Tante, troppe. Un bambino non deve chiedere, non deve implorare. Va amato, aiutato, tenuto per mano. Doveva essere preso per mano un coetaneo di Ali, quel ragazzino partito dal Mali e annegato tra naufraghi senza volto né nome, con la sua pagella sotto la giacchetta. Come non ricordarlo? Ma chi, diteci, lo ricorda? Nessuno. Aveva anch’egli 14 anni, e la speranza di una nuova vita cucita addosso. Quel foglio per lui rappresentava tutto, un lasciapassare verso una vita nuova, il suo sapere, la dimostrazione a chi lo avesse accolto che egli valeva. Era il 18 aprile del 2015, in quel terribile naufragio morirono più di mille persone. Qualcuno in Italia blaterava che la pacchia sarebbe finita mentre un medico legale, Cristina Cattaneo, durante l’autopsia scoprì che quel piccolo si era attaccato addosso la pagella, piegata con cura e poi cucita in una delle tasche del piumino che indossò per raggiungere l’Europa.

Non dovremmo dormire, ma suonare un inno ogni giorno, per Ali. Come in quel video fa May Abboud Melki, la dolce 79enne seduta al suo pianoforte in onore della sua casa e della sua storia in macerie a Beirut, sulle note del Valzer delle Candele. Questi bambini, sono le nostre macerie. Essi sempre umili, essi sempre deboli, essi sempre timidi, essi sempre infimi, essi sempre colpevoli, essi sempre sudditi, essi sempre piccoli, essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare.

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