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Mediterraneo quale ponte di cultura tra culture

La riflessione durante l'evento della Fondazione Carical

Calabria
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PARLARE (bene) di Mediterraneo causa curiose inversioni gravitazionali. E cioè: il sud del mondo non scivola più, come sembra stia accadendo, verso un basso irreversibile, ma risale la corrente e riacquista dignità. La cultura mediterranea è lo scheletro dell’Europa: un’ossatura acciaccata, nascosta, insostituibile.

Il Premio Cultura Mediterranea della Fondazione Carical per nove anni ha raccontato questo, e detto, più o meno, “Sappiate che il mare è la chiave, il ponte, la risposta a un sacco di domande, nuove e vecchie”. Ma come definizione, purtroppo, non basta più. «Oggi il nostro mare è un cimitero senza croci», ha detto Mario Bozzo, Presidente della Fondazione Carical, «e per questo, forse, va rafforzato il ricordo di ciò che è stato ieri, e fatta luce su quello che sta diventando».

La serata del Premio, condotta da Lorena Bianchetti nel teatro Rendano di Cosenza, è cominciata così, con un atipico scossone sull’attualità, propedeutico agli interventi che sono seguiti. La prima premiata è stata Guia Minerva Boni, per la sezione Traduzione. La Boni, tra le più importanti esperte della lingua e cultura lusitane, ha raccontato un Portogallo timido, discreto e nostalgico. Quello ben raccontato da Tabucchi. «Periferico, orientato all’atlantico, sconosciutissimo all’Europa. Ma tradurre», ha detto la Boni, «serve a questo: a creare ponti». Di ponti ha parlato anche Francesco Vecchi, che si è aggiudicato il Premio Narrativa Giovani per il suo romanzo “Avrà l’odore delle cose nuove”. Per Vecchi, autore e conduttore Mediaset, votato dai ragazzi di 9 istituti calabresi e lucani, i nuovi ponti sono quelli che creano straniamenti tra le varie identità. Il protagonista del suo libro è un milanese di belle speranze trapiantato a Londra. Un personaggio tipico della nostra cultura prestazionale, che fa della frammentazione un elemento di grande forza. «Eppure, - ha detto l’autore - è l’integrità che rende profondamente felici».

Premio Speciale della Carical ex aequo a Mimmo Gangemi e Raffaele Nigro, due scrittori, tra le altre cose, tra i più rappresentativi del meridione contemporaneo. Gangemi si è detto orgoglioso di essere rimasto in Calabria, terra di cose brutte («Che nemmeno voglio nominare») e cose belle, tipo valori morali altrove estinti. ‹‹Noi siamo ben disposti all’accoglienza, ed è una cosa straordinaria. Ma il punto non è solo abbracciare chi arriva, ma trattenere chi se ne va. La terra che perde i giovani e non ha ricambio è terra morta››. Più ottimista Raffaele Nigro, lucano trapiantato a Bari, già Caporedattore per la sede pugliese della Rai. Sul Mediterraneo ha detto di aver imparato il mare, come concetto, sulle rive baresi. ‹‹Da lì, nel secondo Novecento, è passato il mondo››. L’Europa degli eterni frontalieri, sempre emigranti, ‹‹e dei giovani che sì, partono per Londra. Ma intanto portano un Rinascimento straordinario. A me, al netto di questi grand tour, sembra di assistere a un’inversione di tendenza. Basta restare vicino al mare per vedere cosa succede››. Per la sezione Narrativa “Saverio Strati”, il Premio è andato a Marcos Chicot per “L’assassinio di Pitagora”, caso letterario da self-publishing su Amazon. Chicot ha raccontato di aver lasciato il suo lavoro da psicologo per dedicarsi alla scrittura di ‹‹Un romanzo forte›› che garantisse un futuro economico alla figlia Lucia, nata con la sindrome di Down. Il libro, scritto in spagnolo, è un thriller ambientato nel 510 a.C. nella Crotone pitagorica. Chicot è stato premiato dal Prefetto di Cosenza Gianfranco Tomao, che a sorpresa ha consegnato a Mario Bozzo l’onorificenza di Commendatore, conferita dal Presidente della Repubblica. «E’ importante, per lo Stato, premiare chi si impegna a tempo pieno per promuovere la cultura», ha detto Tomao.

La serata è proseguita col Premio Scienze dell’Uomo “Luigi De Franco” a Massimo Recalcati. «Bisogna scommettere nella costruzione della conoscenza», secondo lo scrittore e psicoanalista. «Non possiamo inventarci noi stessi. L’errore degli uomini di Babele è stato quello di farsi un nome da sé, per citare la Bibbia. Ecco, conoscere è allargare l’orizzonte del mondo, di più: moltiplicare i mondi». Sulla conoscenza e gli orizzonti ha costruito una carriera Alberto Angela, premiato per la sezione Cultura dell’Informazione. «Tutte le città nate nel Mediterraneo sono frutto di cooperazione fra genti diverse. In nessuna altra parte del mondo è avvenuto tutto questo», ha detto Angela. E ancora, sul suo lavoro: «Il pubblico italiano ha desiderio di cultura. Noi siamo strumenti della curiosità del pubblico». Pubblico, soprattutto di giovanissimi, che lo ha accerchiato appena sceso dal palco; per un selfie, un autografo, una foto di gruppo. E’ poi intervenuto il Presidente della Regione Mario Oliverio, che ha parlato della cultura del dialogo fondamentale per costruire la pace. «Solo noi che abbiamo conosciuto i grandi esodi››, ha detto il governatore, ‹‹possiamo essere portatori di questa cultura». Poi il saluto alla giuria, composta da Arnaldo Colasanti, Paolo Collo, Silvio Ferrari, José Manuel Martìn Moràn, Davide Meghnagi, Marinella Rocca e Alberto Ventura. E, in conclusione, l’intervista, l’unica, a Marek Halter, personaggio straordinario della storia umana dell’Europa del Novecento, “ebreo errante”, nato polacco e naturalizzato francese. Premiato per la sezione Società Civile “Giustino Fortunato”, Halter, classe 1936, ha detto: «Nel Mediterraneo sono nate le ragioni che mi fanno vivere, credere e lavorare. Qui ho imparato che la parola è tutto. Qui, nel Mediterraneo che forse non è il centro del mondo ma ne è l’origine, ho capito una cosa importante: che la parola vince sul kalashnikov».

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