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«Alarico? Va bene la leggendama l'archeologia è un'altra cosa»

Calabria
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LA CACCIA al tesoro di Alarico non appassiona gli archeologi dell’Università della Calabria. «Non c’è nessun coinvolgimento dell’università negli scavi» dice Giuseppe Roma, ordinario di Archeologia cristiana e medievale e già direttore del dipartimento di Archeologia. Né, si intuisce, ci sarà in futuro. Nessun pregiudizio nei confronti di Alarico, per carità. «Sono stato assessore al Comune di Cosenza per tre anni e durante il mio mandato ho curato con Raffaele Giovinazzo, all’epoca comandante del Nucleo tutela patrimonio culturale della Calabria, l’allestimento del museo dei Brettii, prevedendo anche una sezione dedicata al mito di Alarico, che è parte di questa città», ricorda Roma. Non c’è neppure il rifiuto del “barbaro” nelle parole del professore. «Alarico era un barbaro romanizzato. “Non concepiva altra cultura che la romana, altro mondo civile che il romano” scrive Mazzarino. Non anelava alla cancellazione dell’impero, ma a una sua integrazione all’interno del sistema statale romano», spiega il professore, che a questi temi ha dedicato una sua recente pubblicazione su Mediaeval Sophia.

Il problema è di metodo. «Noi facciamo archeologia, non fantarcheologia. E l’archeologia è una scienza storica, che studia contesti e si occupa di documenti. Alla ricerca dei tesori si andava nel ‘600», continua Roma.

E nel caso di Alarico, come sottolinearono in passato anche dalla Sovrintendenza, la documentazione è più che ridotta. La prima fonte letteraria che riferisce della sepoltura di Alarico e del suo tesoro nel Busento è il De origine actibusque Getarum dello storico Jordanes, che scrive quasi centocinquanta anni dopo le vicende di cui narra, attingendo forse alla perduta “Storia dei Goti” di Cassiodoro.

«La sepoltura nei fiumi, però, è un topos ricorrente. E il passo di Jordanes sembra un calco della descrizione che Cassio Dione fa dell’interramento del tesoro di Decebalo in Dacia – continua Roma – Anche lì c’è il corso di un fiume deviato, lo scavo nell’alveo per seppellire ricchezze, l’uccisione degli schiavi impiegati nell’operazione. Racconto, peraltro, che giunge a Cassio Dione da altra fonte e non da Statilio Critone, medico dell’imperatore Traiano e testimone oculare dei fatti, che non fa cenno al fiume deviato e al tesoro nascosto».

In questo caso il tesoro sarebbe stato ritrovato dall’esercito di Traiano, benché seppellito nell’alveo del fiume Sargetia. «Se l’episodio fosse davvero accaduto avrebbe senza dubbio colpito l’immaginazione di chi era al seguito di Traiano, come Critone o i pittori incaricati di documentare le imprese dell’esercito. Da loro però nessuna testimonianza. Il mito di fiumi deviati e ricondotti nel loro alveo per nascondere un tesoro ha origini piuttosto antiche. Lo si riscontra già nella mitologia iranica, dove il “tesoro” è costituito però dall’acqua che rende fertili zone altrimenti aride e dai relativi geni protettori il più delle volte posti in collegamento con “tesori”. E lo si ritrova anche nella figura del profeta Daniele, il cui corpo, perché nessuno lo possa ritrovare, dopo aver fatto deviare il corso del fiume, si seppellisce e, subito dopo, l’acqua è ricondotta nel suo letto naturale. Lo stesso Jordanes, inoltre, lo ripropone quando descrive la sepoltura di Attila. In tutte queste narrazioni ci sono degli elementi che si ripropongono in maniera più o meno costante: la ricchezza, il fiume, l’uccisione degli schiavi incaricati dello scavo, così da garantire la segretezza del posto», ricostruisce il professore Roma.

La leggenda della sepoltura di Alarico nel letto del Busento potrebbe essere quindi «un topos che Jordanes riprende a tramanda ai posteri – commenta – E valorizzare il mito va bene, intendiamoci. Fa parte della città. Ma la ricerca seria sul campo è tutt’altra cosa».

I sopralluoghi disposti negli anni dalla Sovrintendenza, nelle aree “sensibili” indicate come possibili tombe di Alarico e del suo tesoro, sono numerosi. Le relazioni hanno dato però sempre esito negativo. «Naturalmente anche in questo caso le valutazioni spetteranno a Sovrintendenza e ministero – conclude Roma – Una campagna di scavi si avvia dopo il rilascio della concessione ministeriale sulla scorta di un documentato progetto scientifico».

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