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Automobilismo calabrese in lutto
per l'addio a "Don Mimì" Scola

Calabria
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di LUCIANA DE LUCA

DOMENICO SCOLA a 86 anni è giunto al traguardo della sua vita. E togliendosi il casco e i guanti da corsa si è allontanato sorridente, come faceva sempre, come lo ricordano tutti i suoi amici e tifosi che lo hanno accompagnato sui tornanti di mezza Italia per vederlo sfrecciare con i suoi bolidi verso la vittoria.

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Il pilota più importante della Calabria, il più popolare, il più amato, il rappresentante di uno sport che ha lasciato dietro di se, record imbattuti per molto tempo, e aneddoti che raccontano la storia di una città, della sua “Coppa Sila”, che infervorava gli animi e accendeva passioni tenute a freno per un anno intero. E lui, Domenico, di quei tornanti è stato il re incontrastato. Lo era anche le rare volte che non si aggiudicava la vittoria. Perchè quelle strade invase dall’odore di pini e di origano selvatico, gli appartenevano, erano la sua storia e la sua scommessa piu ardita. Non a caso lo avevano denominato il “lupo della Sila”, simbolo di forza e audacia.

Don Mimì, come lo chiamavano tutti affettuosamente, si è spento nel giorno del suo sessantacinquesimo anniversario di matrimonio con la signora Franca, la sua donna da sempre, da quando appena ventenne la vide affacciata su un balcone di Rende e la scelse immediatamente come compagna di vita. Dopo solo quattro mesi di fidanzamento, si giurarono amore e fedeltà eterni davanti a Dio. Era il 24 febbraio del 1951. «Lui passava a bordo di una Stella alpina decappottabile ed era bello, proprio bello». La dolcezza del ricordo cerca di cancellare il dolore straziante della perdita appena avvenuta. Una vita trascorsa insieme a un uomo che le ha provocato non poche palpitazioni ma che le ha anche dato sostegno e protezione. «Quando andava a correre ero sempre molto in pensiero - racconta la moglie di don Mimì -ma poi lui mi chiamava e mi tranquillizzava. Del resto potevo dire ben poco visto che il più delle volte tornava con la vittoria in tasca».

Le parole svolgono un compito ben preciso: circondare ancora d’affetto il compagno perduto. La signora Franca racconta del suo attaccamento alla famiglia, ai loro figli. Per loro viveva, con loro ha voluto condividere la sua passione più grande. Un vecchio patriarca Domenico Scola, che si è guadagnato fama e onori sui tornanti di montagna così come nella sua famiglia. Una sua parola valeva tanto. E lo sanno bene i suoi tre figli: Emilio, Carlo e Anna. Ma anche i suoi nipoti Emilio e Domenico, quest’ultimo considerato il suo erede naturale, che ieri mattina, sulla sua pagina facebook, ha rotto la riservatezza che solitamente lo contraddistingue e ha dichiarato il legame forte che lo lega al suo nonno perduto: “Resterai sempre lì, accanto a me. Ad affrontare gli ostacoli che ogni giorno la vita ci mette davanti e superarli con la tua solita forza che ti ha sempre contraddistinto da tutti. Resterai sempre accanto a me ad ogni partenza, ad ogni curva, ad ogni arrivo. Eri, sei e continuerai sempre ad essere il mio punto di riferimento, la mia spalla, la mia forza. Ps: Mi raccomando ci vediamo al Reventino in partenza come dicevi qualche giorno fa. Io, come sempre sarò sempre lì a voltarmi per incrociare il tuo sguardo. Ciao nonno, ti voglio bene. Sempre tuo”.

«Mio fratello e nonno Domenico erano molto legati - spiega Emilio - . Io e gli altri nipoti abbiamo sempre saputo che tra loro c’era un rapporto speciale, naturalmente diverso da tutti gli altri. Non è un caso quindi, che Domenico abbia deciso di intraprendere la sua strada praticando lo sport che lui amava tanto, già all’età di 6 anni».

Ma agli altri nipoti ha dato comunque certezze, affetto e protezione. Nessuna invidia, nè rivalità: c’era per tutti comunque. Fino alla fine, quando una brutta caduta con la conseguente rottura del femore, lo ha costretto in un letto d’ospedale. «Solo qualche giorno fa - racconta Emilio - siamo andati con papà Carlo e Domenico a trovarlo. Lui ci ha guardati e si è commosso. Questa è l’ultima immagine che ho di mio nonno, quella tenerezza nello sguardo, la voglia di proteggerci ancora, di essere il capo della nostra famiglia». Con la scomparsa di don Mimì Scola finisce un’epoca fatta di motori ruggenti, mani sporche di grasso e confronti accesi. Un’epoca quasi leggendaria, sulla quale cala il silenzio e resta solo la memoria di ciò che è stato.

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