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La processione di Oppido del 2014

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Con gli occhi tra le case e il selciato per le vie di Oppido Mamertina al tramonto, quando mura e mattoni in agosto bruciando ancora si spengono lenti come un bengala e le eterne costruzioni lasciate a metà ci ricordano Beirut, riflettiamo sulle parole di Francesco scritte in una lettera alla Pontificia accademia mariana internazionale che apre la battaglia contro la mano mafiosa dietro e dentro gli eventi religiosi, contro gli inchini e l’uso del sacro a vantaggio dei piani degli uomini della morte.

Pensare che a soli quindici giorni dalla scomunica di questo Papa, durante l’omelia della messa nella Piana di Sibari, nel 2014, di quello storico urlo, la prima cacciata della ‘ndrangheta dal tempio nella storia della Chiesa, ebbero qui, nella frazione di Tresilico, la faccia tosta di fermare la statua della Madonna delle Grazie davanti alla casa di Peppe Mazzagatti, facendola inchinare, salutando il vecchio boss 82enne condannato all’ergastolo e per motivi di salute ai domiciliari.

Oggi, da poco è al lavoro una task-force tra esperti, procuratori che da sempre combattono al fronte, perché di fronte si tratta (a capo dell’organo pontificio c’è un magistrato in trincea, il pm Marisa Manzini, procuratore aggiunto a Cosenza, più volte minacciata per le sue inchieste nel Vibonese, affrontata finanche in tribunale), forze dell’ordine. E la Chiesa. Troppo spesso debole, se non collusa. La stessa Manzini, in una intervista con il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, cita in proposito l’intercettazione di un colloquio tra un sacerdote di Limbadi con la moglie di un boss: il marito avrebbe dovuto mettere la sua mano santa sulla testa di un nipote candidato in un comune limitrofo. Ecco perché, in quella lettera, Francesco scrive parole che paiono incise a fuoco. Come su pietra.

E valgono per tutti, non soltanto per i mafiosi: ora basta, basta impossessarsi della Madre di Cristo, perché “la devozione mariana è un patrimonio religioso e culturale da salvaguardare”, e “nella sua originaria purezza” va liberata, liberata da “sovrastrutture, poteri o condizionamenti che non rispondono ai criteri evangelici di giustizia, libertà, onestà, solidarietà”.

Ci chiediamo se possa essere sufficiente. Può bastare una lettera del Papa, può bastare un monito, bastò l’anatema di Giovanni Paolo II ai mafiosi di Sicilia? E’ un dramma, ed è complesso. Molti anni fa, era il 2007, il giudice antimafia Nicola Gratteri ci confessò a denti stretti che per salvare la Calabria dalla ‘ndrangheta andavano sottratti i figli alle famiglie, portati a scuola per tutto il giorno, e poi a dormire altrove. Lunghi anni così, spezzando la catena di trasmissione del male. Un progetto impossibile. Tuttavia ricevibile, in pieno. Pensiamo a quel dialogo di ottobre scorso a Torino, padre e figlio, un bambino che stava per essere lasciato in classe, un bambino come gli altri: in quella intercettazione sentiamo dire “papà, noi siamo la ‘ndrangheta”, in risposta al suggerimento di quell’uomo, suo padre, un malavitoso sulle cui tracce erano da tempo gli inquirenti. Lo stesso che poi esclamerà al ragazzino: “Bravo!”.

Un dramma, sì, e un racconto che viene, come sempre, da molto lontano. Vito Teti, antropologo, è un intellettuale finissimo, delicato. Ha scelto di parlare al mondo, tentando di cambiarlo con l’unica rivoluzione più efficace, il sapere, e il sapere dei sentimenti, restando nella sua San Nicola Da Crissa. “Prima della ‘ndrangheta – ci spiega, dicendosi stupito per il valore e il coraggio, ancora una volta, di Francesco – c’erano i ceti sociali dominanti a utilizzare la religione a loro vantaggio. In prossimità della statua c’erano loro, come oggi i mafiosi, e le tappe obbligate della processione erano presso le case dei ricchi. Una sorta perciò di attestazione, come adesso, della superiorità, una conferma di fronte al popolo che quel gradino più elevato era riconosciuto da Dio. La religione come rappresentazione di potere, di dominio”. Il testimone passerà poi alle famiglie mafiose. Capiranno a un certo punto come valori e modelli del mondo popolare – la musica, il linguaggio, la famiglia, l’onore – sarebbero tornati utili agli scopi del male che avevano dentro, cominciando perciò ad appropriarsene.

Organizzano loro, come i notabili del mondo antico, quelle processioni, quei riti. Decidono il percorso, le tappe. E gli inchini: «Se la Madonna verrà fatta inchinare davanti a casa mia, che sono un mafioso, significherà riconoscermi il potere, sarà attestata la scalata ai vertici di una piramide di comando, dall’altra parte eserciterò il controllo sul territorio. La gestione del sacro tocca il sentimento popolare, ci si appropria delle tradizioni e, nello stesso tempo, si è avuta la capacità di piegarle ad un senso di sé, alla rappresentazione della potenza e della prepotenza”. Benedette dal cielo, insindacabili perciò. Ci casca l’Unesco, finanche. Se dichiara, come ha fatto, una manifestazione infetta come la Festa dei Gigli di Nola, nel Napoletano, con i suoi enormi obelischi di legno rivestiti di cartapesta, patrimonio dell’umanità. Senza minimamente preoccuparsi di sapere che dietro ci sono i boss della camorra, e che dell’origine e del significato religioso di quella tradizione c’è soltanto un remoto ricordo dell’odore. O, forse, sapendolo molto bene. Cedendo alle spinte dell’economia nera, tra colletti bianchi, politica, business del turismo. E camorra, insieme. Che influenzano, manipolano, avvelenano, come rammenta lo stesso Teti, o studiosi come Berardino Palumbo (ricordiamo il suo libro “L’Unesco e il campanile», edito da Meltemi), che hanno combattuto e combattono queste medaglie «che non hanno alcun vero significato se non nel business e nella appropriazione di un territorio».

Che mondo, questo degli uomini, dove sempre i sogni si sono trasformati in incubi e sudore. Senza scampo, come smarrita in una casbah, in mezzo a una folla che tocca, che tira in mezzo, travolta da imbroglioni rugosi e navigati, bruciata dal sole e dalla menzogna, dalle parole di venditori di stoffe e spezie avvelenate, da informazioni false e su una strada sempre più stretta, senza scampo sembra essere questa umanità. E più che mai, e forse che altrove, qui, dove trascorriamo un silenzioso e surreale pomeriggio in cerca di risposte che non ci saranno.

All’epoca a Oppido fu il comandante della stazioncina dei carabinieri ad accorgersi dell’inchino, durato mezzo minuto, a urlare che quello era un sacrilegio tirandosi fuori dalla pazza folla, identificando una ad una le persone coinvolte in un rito che mescola arbitrariamente il sacro al crimine, che ubriaca, mette sotto incantesimo, soggioga anima e corpo come in una fascinazione vudu.

Mafiosi ladri di una storia umana profonda, di fede, di morte, di dolore, ma che rigenerava. Un abuso madornale, perciò, un genocidio culturale imperdonabile. “Le feste e i riti, pur senza mitizzare un passato anche difficile e pieno di ingiustizie, avevano un legame con la terra”, sottolinea non a caso Teti, “con l’incertezza, la sofferenza, e soprattutto non erano un momento necessariamente ludico: si stava con i defunti, a tavola si mangiava nel silenzio, per parlare e dialogare con gli assenti, i morti”.

Un racconto potente, struggente, che ci lascia senza fiato: “Il pranzo della festa è un rito del ricordo, della memoria, dove i morti chiedono di essere ascoltati; se non dialoghiamo con loro, non dialoghiamo neanche con noi stessi. C’era il senso del tempo, delle stagioni, del dolore, della malattia, ma della rinascita. Era un bilancio della vita dell’anno precedente, ma anche un auspicio per l’anno nuovo, un anno che andava rifondato.

La rigenerazione del tempo, oggi, è scomparsa”. Si pensi di quale inestimabile tesoro siamo stati privati. E da chi? Miserabili, accattoni al servizio del Buio. Dovrebbero loro piegare le ginocchia, e subito, invece di farle piegare a Maria in quel rito criminale, vigliacco. Facile, inchinarsi davanti a chi ha potere di vita o di morte. La processione un tempo si fermava, sì, e la Madonna o i santi s’inchinavano, sì, ma di fronte alle case degli ammalati, dei sofferenti.

Nella deformazione mafiosa questa attenzione non è per i poveri, ma per chi esercita il potere. Sottoponendo a sortilegio la folla, troppo spesso preda di una fascinazione vera e propria. Vito Teti conferma questo nostro timore: “Suggestione, pathos, commozione. La mafia calabrese interferisce sui sentimenti, in questo ha una capacità perversa, quasi un dominio degli affetti, un magico potere”.

Non si sfugge dal cappio, se poi questa è una terra dove il primo latitante è risultato essere proprio lo Stato, come ripete, con forza, don Ennio Stamile, referente di Libera. Un posto “dove si è concesso a cosche importanti come i Molè-Piromalli, di concludere la più grande opera di ingegneria ‘ndranghetista che è stata il Porto di Gioia Tauro”. Ingegneria ‘ndranghetista, abbiamo letto bene. E dunque quell’assoggettamento culturale “che per essere più totale e totalizzante non poteva che passare attraverso la religione con i suoi riti, specie quelli più popolari e coinvolgenti l’intera comunità”.

Voci che gridano nel deserto come Giovanni il Battista? Che cosa è rimasto dell’appello di Aniello Manganiello, prete anticamorra, di una raccolta di firme per abolire la festa del Giglio a Nola? Sono passati 8 anni, tutto è rimasto come sempre. Finanche l’Unesco presta il fianco ai boss. Boss di cartapesta, si sappia però. Prendiamo in prestito da Cesare Pavese: fantocci. Che dovrebbero accasciarsi per sempre/dentro il gorgo più buio. Inchinandosi, prima.

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