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“Adopt Yusuf’s mum”. Lanciamo da qui, perché sentiamo di essere cuore impaziente tra i cuori del sud del mondo e certi che anche, forse soprattutto, da questa frontiera martoriata si possa spargere il seme del cambiamento, un appello all’Italia e all’Europa, se di Europa, quel continente culla di civiltà e culture, si può ancora parlare: adottiamo Adja (si chiamerebbe così e forse non Johanna come si era capito in un primo momento), la mamma del piccolo Yusuf morto assiderato nel Mediterraneo mercoledì 11 novembre.

Non si può far crollare le emozioni, perdere i sentimenti di indignazione e rabbia, di empatia, spegnere le luci.

Quelle grida disperate non possono restare tali per il tempo di un video, né la grande stampa può a pochi giorni da una disgrazia inconcepibile non occuparsene più: non si può archiviare quella voce disperata di una madre in mezzo al mare, voltare pagina come se nulla fosse accaduto, lasciare al suo destino questa ragazza per l’ennesima volta.

Quelle grida sono un monito, un’esortazione solenne: nessuno può più permettersi di oltrepassare i morti e andare per la propria confortevole strada, ma anche – principalmente – nessuno ha più l’autorizzazione a dimenticare, delegando all’oblio di incaricarsi di un’angoscia così grande soltanto perché sulla carta non sua.

Quel dolore è un dolore che non ha confini. Parla l’inglese, l’italiano, il tedesco, lo spagnolo, tutte le lingue del mondo. “I loose my baby!” vagherà come un meteorite impazzito, sorvolerà l’intero pianeta, si fermerà davanti alle nostre case per sempre. E’ un abbagliante che viene a sbatterci contro, è voce che non vuole e non deve mai più gridare nel deserto. Non è carta nostra la morte di Yusuf, è di più.

E’ una pergamena-memento esposta sui muri delle nostre città. Osserviamola bene: ha il colore nero del mare di notte, e il rosso del sangue degli oltre 1.600 bambini annegati nel Mediterraneo dal 2014 a oggi.

Una stima, quella dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ben al di sotto della realtà. Sono decine, forse centinaia, le imbarcazioni che non riescono a lanciare un Sos perché sprovviste di strumenti, o per mancanza di tempo utile a farlo, colate a picco senza che nessuno mai ne saprà nulla.

“Ne ho visti di bambini morti in mare, ma stavolta c’è stato quell’urlo a fare la differenza, e forse qualcosa potrebbe muoversi”, ci dice spossata Angela Caponnetto, giornalista di Rainews 24, reduce da una pesante audizione via web con la Commissione Antimafia che indaga sulle minacce ai colleghi impegnati sul fronte delle inchieste sui migranti e sul traffico degli esseri umani.

Angela è da anni sotto attacco. Perseguitata dagli odiatori social, fino alle minacce, agli annunci di attentati, per non dire – ci racconta – delle “schifezze sessiste”, con l’avallo di alcuni politici, come l’ex parlamentare Francesco Storace, e dello stesso Matteo Salvini quando chiese che cosa ci facesse una giornalista Rai ‘pagata dagli italiani’ sulle navi delle Ong se non ‘l’apologia dei migranti’, scatenando la furia degli haters”. In realtà, ragioniamo con la Caponnetto, se Yusuf è morto, come tantissimi altri, il motivo è che nel Mediterraneo non ci sono più soccorsi. “L’Italia e l’Europa non fanno nulla, al massimo chiamano i libici, i quali decidono quando riportarsi all’inferno i profughi, oppure non vengono proprio a prenderseli”.

Cose che ben conosciamo. Ma che al contrario di noi migliaia di persone – non ci stancheremo mai di ripeterlo, persone, le quali hanno nomi, cognomi, dignità massima, e il sogno come lo abbiamo noi di una esistenza che accanto alle sofferenze possa donarci qualche attimo di felicità – vivono sulla propria pelle. Fuggiaschi in cerca di una penombra di vita, non del thè delle 17, in un terrificante percorso che ha inizio nei rispettivi paesi di origine e attraversa il deserto del Sahara, l’inferno della Libia e troppo spesso termina nel Mare Nostrum, o se va bene nelle afflizioni che poi vivranno in Italia e altrove, con le stimmate del pregiudizio stampate negli occhi quando tendono la mano fuori dal supermercato o, peggio, trattati come cani, ignorati.

A marzo scorso “The Guardian” scoprì attraverso alcune intercettazioni di dialoghi radio tra velivoli dell’operazione “Sophia” e i banditi travestiti da Guardia Costiera libica le prove di quello che l’autorevole quotidiano britannico definì come “il grande scandalo europeo dei rifugiati”, parlando di “assalto coordinato e illegale dell’Ue ai diritti umani”.

“Virate a sinistra di circa 10 gradi, è a circa tre miglia nautiche a prua”, “guardia costiera libica, ti contatteremo tramite Fhq, passo”, sono alcune delle direttive di un aereo europeo ai compagni di merende nordafricani nel corso di una delle tante operazioni notturne a caccia di gommoni della speranza. Paiono giochi di una battaglia tra cielo e mare di un feroce gigante che si diverte contro “nemici” innocenti e indifesi. L’Italia, le politiche di destra e sinistra, non sono escluse da tutto questo. Anzi, sono direttamente responsabili dei respingimenti in Libia, e di lasciare in balia delle onde donne, bambini, ragazzini, uomini. Mentre il Guardian parlò, a ragion veduta, di una vera e propria “connivenza” supportata da lettere inedite tra funzionari di Bruxelles di altissimo livello, messa allo scoperto poi da numerose e-mail della stessa guardia costiera della Libia – “connivenza che ha calpestato il diritto internazionale in nome del controllo dell’immigrazione”, leggiamo sul quotidiano di Londra – è cosa certa della mano della mafia siciliana e di altre organizzazioni criminali nel grande impasto internazionale del traffico degli esseri umani.

La prima decade di novembre ha fatto registrare una impennata degli arrivi sulle coste italiane, unica porta d’ingresso per l’Europa: 3.600, oltre il doppio dello stesso periodo del 2019. Ma anche dei naufragi. Mercoledì su uno di quei gommoni, a 31 miglia dalle coste libiche, c’erano Adja e il suo bambino. La ragazza, nata in Guinea, da dove era fuggita due anni fa, ha compiuto 18 anni proprio lunedì ed è ancora ospite dell’hotspot a Lampedusa. Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ci ha raccontato quel po’ della sua storia che è riuscita a farsi narrare. La giovane fu costretta a un matrimonio forzato quando aveva solo tredici anni. Sua madre si oppose, ma invano, il padre aveva deciso così. Adja restò subito incinta, e subito abbandonata dal marito. A quel punto trovò la forza di partire per cercare un lavoro e aiutare il suo bambino.

Si trasferì per un periodo nel Mali, faceva le pulizie. Ma non bastava. Proseguì verso la Libia, come un automa, con dentro l’anima il pianto del suo piccolo bisognoso di tutto. Lavorò duro, Adja, una vita al limite della sopportazione, spesso senza un posto per dormire. Poi l’incontro con Ali, un bravo ragazzo, anch’egli della Guinea, che oggi ha 22 anni, del quale si innamorò. Nacque Yusuf, il suo secondo bambino. La decisione di raggiungere l’Europa arriva soltanto di recente: lei e Ali forse sentono forte il pericolo di restare in Libia. Adja parte col piccolo, lui li avrebbe raggiunti più in là. Poi l’inferno in mare, che tutti abbiamo visto. “Adesso desidero soltanto trovare un lavoro, riuscire a mantenere il mio primo figlio che sta a casa con la nonna”, ha detto Adja.

La Procura di Agrigento sta indagando, l’inchiesta è stata affidata all’aggiunto Salvatore Vella e alla sostituta Sara Varazi. Hanno ascoltato l’agghiacciante racconto di Adja e stanno valutando la documentazione e le testimonianze della Ong spagnola Open Arms, l’unica delle Civil Fleet nel Mediterraneo centrale dopo i blocchi amministrativi imposti da Roma, che ha tratto in salvo gli altri 64 profughi che viaggiavano con la ragazza e Yusuf (altri 100 in un’altra imbarcazione) al largo di Sabratha, dove il gommone si era letteralmente spezzato in due.

Restano quelle grida disperate, “Where is my baby, I loose my baby”. E’ l’ora, questa, di occuparsi di Adja. Di prendersi cura di questa piccola madre e donna che ha pari dignità e diritti di tutti gli esseri umani del mondo. Soltanto così il sacrificio di Yusuf non sarà stato vano. Soltanto così, spingendoci all’azione dopo il dolore, cambiando i nostri codici di dentro, privati e pubblici, potrà cambiare la storia di ciascuno e un giorno, forse, la storia di questa umanità in vertiginoso declino. Questo compito spetta all’Italia, ma anche all’Europa. Spetta al nostro governo per primo, e a noi tutti quanti, perché tutti a questa madre dobbiamo qualcosa. Non basta esibire pietà a tempo, senza poi abbracciare la sua vita per intero nei giorni più difficili e in quelli ancora più bui che verranno. Bui pesti come nella notte del naufragio, col cielo color pece, le onde dure e gelide come un marmo di tomba. Abbiamo un dovere che ci attende, e starà lì alla nostra porta finché non lo soddisferemo: adottarla, trovare una soluzione. Suo figlio Yusuf Ali Kanneh aveva sei mesi. Soltanto sei mesi, e non ha avuto nulla nella vita. Oggi ha la terra del cimitero dei migranti, e il pianto di sua madre. Ma se muore un bambino nel Mare Nostrum è lutto nostro, si sappia. Non si sfugge da qui. Non più. “Adopt Yusuf’s mum”, adesso.

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