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Il poeta pakistano Ali Umeed

Tempo di lettura 6 Minuti

Un giorno a Venezia qualcuno gli chiese di scrivere una poesia sugli alberi che dovevano essere tagliati per far spazio agli allestimenti per il festival del cinema. Su un foglio di carta si materializzarono tre versi lievi e potentissimi: essere altruisti come alberi/che soffrono sotto il sole/e fanno ombra sugli altri.

Lì dentro è racchiusa la vita e la mistica di Ali Umeed (umeed, significa speranza), poeta pakistano che fa la spola dalla sua terra all’Italia da quasi trent’anni e per campare vendeva fino a una decina di anni fa collanine sulle spiagge del litorale laziale.

Oggi vive in un ostello a Napoli, vende i suoi libri, con le sue poesie fa ancora chilometri a piedi sotto al sole e alla pioggia e un pensiero di amore universale nella testa che lo tallona sin da quando era bambino: fare ombra come gli alberi di quei tre versi così intensi, fare della poesia un balsamo, un unguento di salvezza per tutti. Forse anche per il suo Pakistan, condannato per direttissima dall’opinione pubblica italiana a causa della morte di Saman.

Quel Pakistan dove vivono più di 225 milioni di persone come un prato di aghi sotto il cielo per dirla con De Gregori, “sotto un cielo triste, da sempre, dove la ricchezza esiste ma per pochissimi e gli altri possono arrangiarsi”, dice Ali.

Quel Pakistan che oggi sui social e sulla stampa nazionale si difende: non siamo così. La verità, o no? Con voce tremula, Ali sostiene di sì: “Pochi dissennati non fanno un popolo intero, non è questa la cultura del Pakistan, ma di poche persone sadiche, ed essere sadici non è cultura, è altro. Soprattutto, poi, l’Islam non è questo. È un reato gravissimo, un peccato gravissimo costringere una donna a sposare chi non ama, è scritto nero su bianco”.

È pur vero, tuttavia, che la condizione della donna in quel paese, come in altri dell’area asiatica, è da sempre molto faticosa, spesso al limite della vita che tale si possa definire. Rafia Zakaria, scrittrice, opinionista del quotidiano pakistano “Dawn”, rifletteva non molto tempo fa attorno a un concetto tremendo: l’invisibilità delle donne e dei loro diritti.

I convegni, gli eventi internazionali, le lezioni all’università, le parole, sì, ma poi tutti a casa: “la coscienza soddisfatta all’idea di aver fatto il proprio dovere, di avere fatto la propria parte per aiutare le donne in Pakistan”, sostiene Zakaria, e di fronte a dati spaventosi: “lo stato penoso in cui versa la metà della popolazione, le norme tribali e primitive che, oggi attuate in modo insidioso grazie ai telefoni cellulari, infliggono la morte per una risata o un applauso, le leggi che non vengono applicate, come nel caso di familiari complici delle morti di ragazze accusate di aver smarrito la retta via”.

Fatti che in qualsiasi altro paese susciterebbero allarme e sdegno, ma in Pakistan no. Lì resta tutto come prima, come anestetizzato, e le donne (ma anche gli uomini, spessissimo) camminano come fantasmi, “spente e senza pretese” e in una sorta di “schiavitù accettata”.

Affidiamo la questione alla prospettiva del poeta Umeed, nella speranza, come il suo cognome, di sciogliere questo nodo che sta stretto come un cappio. “Può essere spesso vero – ragiona, pacato, attento a misurare le sillabe, Ali –, e non potrei non dirlo altrimenti mi si dovrebbe gonfiare la lingua di bolle, e mi starebbe anche bene la punizione visto che avrei sostenuto il falso. Però è una cultura arcaica che appartiene alle antiche famiglie indiane, prima della colonizzazione inglese, quando addirittura si uccidevano le figlie femmine perché era considerato un disonore. Ma pensare, e dire, che il popolo pakistano coincida con questa visione non ci sto. Oggi in Pakistan le donne lavorano, sono avvocate, giudici, professoresse, medici, questori. Certo uno stampo antico e triste esiste nelle zone lontane, decentrate, quelle ai confini con l’Afghanistan o l’Iran, ma non è proprio così nelle grandi città”.

Islamabad, Lahore, Karachi, Peshawar, nomi che abbiamo imparato a conoscere dagli inviati delle tv estere negli anni della guerra al terrore, quando la gente crepava per un’autobomba o un attacco al mercato, alle chiese, agli hotel di lusso, alle scuole.

Ma anche oggi, visto che l’ultimo attentato è di solo un mese e mezzo fa a Quetta, dove i terroristi del Movimento dei talebani pakistani hanno ammazzato quattro innocenti e per poco non ci capitava l’ambasciatore cinese che alloggiava nell’hotel dove il carro bomba si è andato a schiantare. Lì si vive all’occidentale, direbbe qualcuno.

Come se poi Occidente fosse sinonimo di migliore, addirittura di superiore, come per esempio ha sostenuto, scelleratamente, il filosofo Stefano Zecchi parlando a “#cartabianca” di martedì scorso. E come se da noi non esistessero pratiche tribali, arretratezze culturali, discriminazioni di genere e finanche, e la storia dell’Italia rurale e depressa culturalmente ne è piena, matrimoni imposti.

Peccato che Bianca Berlinguer, come molti giornalisti ormai, spalmati e ossequiosi nei confronti degli ospiti tv, non abbia replicato alla versione da talebano d’Occidente di Zecchi ricordandogli i numeri del femminicidio (26 vittime dall’inizio del 2021), delle violenze sulle donne, fisiche e psicologiche, tra acidi gettati sul viso e vessazioni domestiche gonfiatesi come onde di un oceano nero all’interno delle case in questo tempo di costrizione; o anche dei numeri, chiari a tutti, che riguardano corruzioni, malaffare, mafie.

Sarebbe questa la superiorità delle democrazie dell’Occidente di cui parla il filosofo, e con lui tanti pifferai che ammaliano il grande pubblico imbottendolo di false verità a fini elettorali e di dominio, esattamente come fanno i tiranni islamici da essi stigmatizzati e in paesi ritenuti “inferiori”? 

“E’ un ragionamento complicato, sono domande molto difficili che mi pongo anche io”, dice Ali, che insiste sul fatto che più che dalle culture dipenda sempre dall’uomo: “Nessun essere umano è parte di una massa, tutti hanno un mondo dentro di sé. Non posso dire che i pakistani per esempio siano fatti in un certo modo e che gli italiani, gli occidentali, in un altro, con una sorta di stampo codificato, non accetterò mai questa tesi. E nemmeno quella della questione religiosa, per cui tutto si ascrive ad essa, no. Per esempio da noi una persona di bassa scala, per così dire, non si può sposare con una persona ricca. Ma non è religione questa, e credo che sia lo stesso, nei fatti, ovunque. Hai mai visto qui in Italia che i ricchi si sposano con i poveri? No, sarebbe il paradiso questo, invece è il mondo”.

Ali, Ali dagli occhi che hanno dentro tutta la stanchezza e tutta la bellezza di una esistenza difficile, che dice di non aver “potuto sistemare molto” la sua vita con la poesia visto che è ancora costretto a camminare. Con la speranza sempre di essere albero e che i suoi versi facciano da unguento. “Oggi ho camminato per undici ore sai, da un posto all’altro di Napoli”, sorride.

Lo ascoltiamo, sfogliando tra due suoi libri (“Bilancio interiore” e “Le candele dei sentimenti”, editi da Morlacchi): i miei sentimenti sono stati usurpati/nella mia patria/lo stesso dolore sto provando in un’altra terra. E poi due sole righe, profondissime: Indosso sempre un vestito pulito/anche se è strappato come i miei desideri.

“Ma ho sentito – ci rivela, commosso – di scrivere qualcosa per lei, per Saman. Lo farò appena sarò meno stanco. Ho pensato anche che se questa notte mi venisse incontro il suo fantasma, le direi che mai nella mia vita ho visto occhi più belli, che sento lei come parte della mia vita, della mia vicenda in questo pianeta, come tutti i sofferenti. Le direi che non posso conoscere le storie di tutti, ma il sangue di tutti i sofferenti della Terra non va dimenticato. Come quello di Saman, a cui ripeterei: hai gli occhi e il viso più belli che abbia mai incontrato nel mio cammino”.

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