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Papa Francesco

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IL 13 giugno 2007 scrissi dell’esperienza vissuta nella parrocchia “Madonna di Pompei” di Catanzaro: numerose ragazze, in età adolescenziale, partecipano al servizio liturgico e vestono come “chierichette”.

L’iniziativa matura in un contesto di una comunità ecclesiale viva, aperta, generosa, da pochi mesi guidata da don Pino Silvestre, teologo, vicario episcopale, con alle spalle una decennale esperienza missionaria in Brasile e attento studioso delle teologie della liberazione e del terzo mondo (don Pino sarà parroco di “Madonna di Pompei” fino al 2019, attualmente è rettore della Chiesa del Monte dei Morti, nel centro storico del capoluogo di regione). Il titolo dell’articolo non lascia adito a fraintendimenti: «Le donne sull’altare per coltivare la grazia».

E nel corpo del testo scrivo: «tutti possono testimoniare che la presenza di queste ministranti è un vero arricchimento per l’intera comunità parrocchiale. Infatti, le ragazze mettono a servizio del gruppo liturgico il proprio ingegno e la propria sensibilità e operosità». In quell’occasione mi chiama un sacerdote per dirmi: «non stai facendo del bene a don Pino».

Il senso delle parole è chiaro: don Pino potrebbe avere delle difficoltà nella sua “carriera ecclesiastica” a motivo di ciò che racconto nell’articolo. Sarebbe meglio – mi dice ancora il prete – non pubblicizzare molto la presenza di donne nel gruppo liturgico della parrocchia, cioè che servivano all’altare con il camice bianco. Certamente, da parte del prete, vi è stato un eccesso di prudenza per un sentimento di protezione nei confronti dell’amico don Pino, il cui nome, in quegli anni – non è mistero – circolava per diverse sedi episcopali.

Ma l’episodio, reinterpretato con gli occhi di oggi, la dice lunga su come la Chiesa sia cambiata in poco più di tredici anni. Portare le donne sull’altare sembrava, fino a pochissimo tempo addietro, l’eccezione di un prete di frontiera, come don Pino, mentre oggi diventa (finalmente) la regola.

Con il “Motu Proprio” promulgato ieri, Papa Francesco elimina la riserva maschile per i ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato. Solo poche settimane fa, su queste stesse colonne de “Il Quotidiano del Sud”, l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra Vincenzo Bertolone, affermava, con coraggio, che nella Chiesa «non c’è una vera e piena comunione di genere» e che «urge una riserva profetica, per allargare gli spazi della presenza femminile».

Adesso, questa decisione di Francesco va proprio nella direzione di un piccolo passo verso quella più ampia comunione di genere nella Chiesa, di cui parlava l’arcivescovo Bertolone nel suo editoriale che pare anticipare le tendenze di riforma che coinvolgono i ministeri nella Chiesa. D’altronde, di fatto, le donne già leggono e servono all’altare ormai da anni nelle nostre comunità ecclesiali.

Anche se ciò non significa che il diritto certifica, con i crismi della legalità formale, una situazione fattuale, e neanche che la Chiesa tenta di adeguarsi al ruolo della donna nella società civile. Sarebbe riduttivo pensare questo. Più in profondità, teologicamente, la Chiesa nei “segni dei tempi” – come li chiamava Giovanni XXIII, il Pontefice che ha avuto l’intuizione di indire il Concilio Vaticano II – individua le ragioni per rispondere più fedelmente al messaggio di Gesù Cristo, così che riconosce tanto per le donne quanto per gli uomini un carisma specifico, all’interno della comune vocazione battesimale, a proclamare la Parola di Dio e a servire sull’altare. Vi è insomma una dimensione originaria della dignità femminile nella Chiesa cattolica.

Certo, non è stato semplice arrivare a maturare una simile consapevolezza. E la strada è ancora lunga. Basti pensare che il Sinodo dei vescovi aveva auspicato l’apertura del lettorato alle donne nel 2008, dodici anni addietro. Papa Francesco va oltre questa richiesta sinodale ed estende alle donne anche l’accolitato. In tal modo, si realizza un’eguaglianza tra donna e uomo nell’accesso ai ministeri laicali, pur permanendo la riserva maschile per i ministeri ordinati (diaconato, presbiterato ed episcopato), che viene ribadita nell’atto pontificio.

Anche se, com’è noto, la possibilità del diaconato alle donne è al vaglio di una commissione di studio (la seconda sul tema nel pontificato di Francesco). E peraltro questa possibilità non comporterebbe problemi con la supposta derivazione divina – secondo il magistero di Giovanni Paolo II ribadito in più occasioni dallo stesso Bergoglio – del sacerdozio ministeriale riservato agli uomini: il “grado” del diaconato, nonostante sia “ordinato”, manca del carattere sacerdotale.

Tant’è che lo stesso Benedetto XVI nel 2009 ha riformato il Codice di diritto canonico sottolineando l’assimilazione a Cristo capo esclusivamente per i sacerdoti e i vescovi e l’abilitazione a servire per i diaconi. Comunque sia, per il diaconato alle donne sembra sia necessario ancora attendere. Mentre, per il lettorato e per l’accolitato è ormai riconosciuto un accesso paritario.

Ciò significa che le donne sull’altare dovranno servire proprio come gli uomini, senza necessità di ruoli e funzioni qualitativamente diversi. Esperienze pionieristiche, come quelle della comunità “Madonna di Pompei” – cito questa, perché l’ho vissuta in prima persona -, oggi appaiono quasi profetiche. E rispetto a preti come don Pino si deve dire che avevano ragione loro, ad intercettare i “segni del tempi” per accogliere la novità dello Spirito di Dio, sognando e anticipando quella “Chiesa povera e per i poveri” desiderata oggi da Papa Francesco.

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