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Silvio Sangineto con la madre Katya sotto il Golden Gate

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L’America l’aveva in testa sin da piccolissimo, da quando prendeva una piccola valigia rossa, se la metteva in spalla e sognava di partire. E di viaggio in viaggio, tanti, è arrivato a San Francisco, all’ombra del Golden Gate, per approdare a Palo Alto, nella Silicon Valley, il regno dell’alta tecnologia e delle startup.

Oggi, a 36 anni, Silvio Sangineto, il giovane ingegnere informatico “atipico” come si definisce, nato a Paola sul Tirreno cosentino, lavora come principal manager alla Microsoft e si occupa di “User Experience Design”, dopo aver fatto moltissime altre esperienze in mezzo mondo

. La sua una strada tracciata fin dall’inizio, percorsa a piccoli passi e attraversata da tanti dubbi. “Ho 36 anni – dice – ma me ne sento addosso almeno 70 se penso a tutti i progetti realizzati e ai luoghi in cui ho vissuto e lavorato”.

Oggi si occupa di dati e intelligenza artificiale. La sua figura professionale cerca di tirare fuori prodotti e servizi che possano semplificare la vita dell’essere umano e ha avviato anche un progetto con l’Unical – un corso di dottorato di ricerca in ingegneria informatica – per dare la possibilità ad altri giovani, provenienti da tutto il mondo, di avere delle prospettive diverse, convinto com’è che le idee migliori non vengono mai da una singola testa. Uno dei suoi tanti sogni è quello di aprire un’importante scuola di design nel sud Italia per focalizzarsi sui problemi correnti e trovare delle soluzioni adeguate.

“Mio padre mi ha fatto conoscere la tecnologia. È lui il mio supereroe”.

“La figura più importante della mia vita, la mia linea guida, ancora oggi è mio padre Salvatore – spiega Sangineto -. Se mi chiedessero chi è il mio supereroe risponderei che non ce ne sono tanti ma mio padre di certo lo è. È stato il mio faro e molti dei valori che mi porto dietro provengono da lui, e quando mi riferisco a mio padre voglio dire che in tante fasi della mia vita mi ha spronato a fare ciò che mi piaceva fare senza preoccuparmi di altro se non inseguire i miei sogni, combattendo finanche per realizzarli perché l’importante era non lasciare a nessun altro la possibilità di dirmi cosa potevo o non potevo fare, anche andando contro di lui se necessario. Il secondo valore che mi porto dietro è stata la sua completa disconnessione dalle cose materiali, seppur devo a lui l’opportunità di aver avuto fin da piccolissimo la possibilità di prendere confidenza con la tecnologia”.

Caterina-Katya, sua madre, un’insegnante di scuola elementare molto determinata e competitiva, mai soddisfatta dei risultati conseguiti sia da suo figlio che dai suoi tanti studenti, ha stimolato Silvio ad andare sempre un po’ oltre gli obiettivi che si prefiggeva. Raggiunto il risultato, come un atleta di salto in alto, bisognava sempre spostare l’asticella di qualche centimetro e tentare di fare un nuovo record.

Talk a San Francisco di Silvio Sangineto su tematiche
legate allo sviluppo della carriera e metodologie del design

Caratteri molto diversi tra loro Katya e Salvatore, ma capaci di trasmettere a Silvio una buona solidità caratteriale, quella che serve quando decidi di intraprendere viaggi che non sai dove ti porteranno.

Silvio Sangineto a Paola ha trascorso un’infanzia molto serena e la passione per la tecnologia in parte gliel’ha trasmessa suo padre perché comprava per lavoro i computer di ultima generazione. Al figlio, appena uscito sul mercato, regalò un Commodore 64 che era ancora molto piccolo e fu in quel preciso istante che tra quel bambino curioso e quella tastiera che prometteva meraviglie, iniziò una relazione sentimentale che non ha mai conosciuto momenti di crisi.

“Fin da ragazzo ho cercato di combattere gli ostacoli mentali che percepisco in tanti giovani calabresi”

Il manager con il nonno Luigi sotto il Golden Gate

“Da ragazzino – racconta – ho svolto tantissime attività, dalle sfilate storiche in costume medievale alle selezioni dello Zecchino d’oro. Questa forza motrice mi arrivava da mia madre alla quale piaceva fare tante cose e inevitabilmente mi coinvolgeva. Avere tanti stimoli però, alla fine mi rese difficile comprendere quali erano le mie vere attitudini. Solo da adulto sono riuscito a canalizzare le mie energie. La mia passione per l’informatica mi ha naturalmente portato a frequentare il liceo scientifico ad indirizzo tecnologico. Quelli sono stati anni belli e intensi perché oltre allo studio mi occupavo di associazionismo giovanile cercando di creare opportunità per le nuove generazioni. Già allora mi sforzavo di comprendere quali erano gli ostacoli, soprattutto mentali, che non consentivano ai ragazzi della nostra età di poter realizzare ciò che volevamo nella terra in cui eravamo. Il mio obiettivo era sconfiggere quella rassegnazione quasi atavica che si impadronisce ancora oggi della maggior parte dei giovani calabresi. E quando poi passi molto tempo fuori dal tuo Paese, riesci a distaccarti e guardare la realtà come uno spettatore esterno seppur legato emotivamente a luoghi e persone”.

Dopo il liceo Silvio scelse di frequentare ingegneria informatica all’Unical perché aveva un’autentica passione per la tecnologia ma anche per le persone. Un episodio cruciale e dolorosissimo nella sua vita fu la morte di suo padre Salvatore nel 2010.

“Sì – ricorda – é stata una lacerazione fortissima ma anche un’accelerazione nel voler inseguire quelli che erano i miei sogni. Sentivo dentro di me un’energia inesauribile e anche chi mi stava accanto avvertiva in quel momento la mia grande determinazione nel voler trovare la strada che allora riuscivo solo a intravedere”.

Sua madre è stata la persona che lo ha ascoltato di più e non è stato facile per lei, soprattutto dopo la perdita del marito, accettare che il suo unico figlio andasse via. Perché Silvio appena laureato trovò lavoro a Milano e poi a Roma ma il suo sogno era sempre stato quello di andare all’estero.

“Le nostre scelte migliori – spiega il manager – non vengono mai dal nostro cervello e questo fa impressione se pensiamo che macchine complesse siamo. Durante un weekend a Londra, per una strana e straordinaria combinazione, mi chiamò un’azienda inglese con la quale avevo preso contatti qualche anno prima e che mi aveva conosciuto tramite LinkedIn, uno strumento prezioso e insostituibile per affacciarsi sul mercato del lavoro. Feci i colloqui finali il lunedì prima di prendere un aereo per Roma e martedì sera mi contattarono per dirmi che mi aspettavano. Scoppiai subito in lacrime e per una serie di motivi: nonostante lavorare all’estero era ciò che volevo fare, questa opportunità arrivava in un momento molto difficile della mia esistenza. Ho rinunciato a tante uscite serali con gli amici per lavorare sul mio profilo, per renderlo appetibile e ora tutto si materializzava all’improvviso. Ricordo ancora la telefonata con mia madre che aveva perso già papà e stava per perdere anche sua madre Nina. Anziché avvicinarmi, mi allontanavo da lei. Ma mamma senza alcuna esitazione rispose: “Questo era ciò che tu hai sempre voluto e quindi secondo me dovresti farlo”. Fu anche difficile comunicarlo ai miei capi ma compresero bene la situazione quando gli comunicai che andavo a lavorare alla City a Londra. In quel momento partii per il fascino che esercitava su di me quella città ma non per il lavoro perché ancora non sapevo cosa mi aspettasse. Di Londra ho amato soprattutto la sua energia, una capitale dove tutto era possibile e che mi consentiva di vedere l’uomo finanziario da vicino. In quel luogo compresi che avrei potuto diventare qualunque cosa io avessi voluto. L’esperienza che stavo vivendo non era solo un’opportunità di lavoro ma qualcosa di molto più profondo”.

Silvio Sangineto con i ragazzi del Silicon Valley tour

“Il primo lavoro a Londra e la nostalgia che mi assaliva nei fine settimana”.

A Londra Silvio si riavvicinò ad alcuni compagni della scuola elementare perché quando si vive fuori si cercano sempre delle ancore che ti facciano sentire stabile in quel turbinio di nuove esperienze che stai sperimentando. “Tutta l’energia che si era impadronita di me, verso fine settimana si trasformava in nostalgia – ricorda Silvio -. In un anno scesi a Paola ben diciotto volte e i miei amici arrivarono addirittura a mettere in discussione che io lavorassi veramente a Londra. Questo mi fece capire che avevo trovato gli stimoli giusti ma non era ancora quella la strada maestra. Consapevole di questo decisi di licenziarmi e prendere del tempo per cercare di capire cosa volessi realmente realizzare. Intanto feci lo stagista in una scuola inglese perché volevo fare qualcosa di diverso, stare un po’ lontano dal computer, e fu proprio quell’esperienza che mi consentì di mettere insieme tutti i cocci e comprendere che era l’intersezione tra la tecnologia e la mia passione per gli

esseri umani oltre che il mio acume per il mondo del business, ad interessarmi veramente. Mi ritrovai così a pensare che se un lavoro che non tenesse insieme questi tre elementi ancora non c’era, io lo avrei inventato ed è quello di cui mi occupo attualmente: cercare di capire gli esseri umani come si comportano e interagiscono sia tra loro che con le macchine, per individuare quale sia la tecnologia che può supportare questa interazione oltre il modo in cui il business e il mercato possano raccogliere questi servizi”.

Individuata la strada, Silvio andò su internet e iniziò a cercare finché non approdò su “Coursera”, una piattaforma che in maniera gratuita consentiva di seguire i corsi delle università più prestigiose.

“E questo mi ha aperto un mondo – continua Silvio – è stato come dare un lecca lecca a un bambino perché ho cominciato a cercare ciò che mi serviva. E proponendomi ho ricevuto offerte di lavoro sia da Bruxelles che da Dubai e Malta. Andai a Dubai e a Malta ma poi scelsi Bruxelles, perché mi si offriva una tipologia di lavoro che mi incanalava in quell’intersezione che stavo cercando. E nonostante il mio stipendio fosse stato dimezzato del quarantatré per cento rispetto a quanto percepissi prima, fui felice di rimettermi in gioco. Chiaramente la mia famiglia faceva fatica a comprendere, ma c’era una costruzione della mia vita che dall’esterno non poteva essere compresa mentre nella mia testa c’erano già tutti i punti di connessione importanti”.

Silvio in seguito lavorò a Berlino, Stoccolma e in Norvegia. La sua ricerca professionale ed esistenziale continuò senza sosta e ritornò ancora a Paola dove iniziò a fare seminari in varie università ma un giorno fu contattato da una società americana perché si era aperta una posizione che corrispondeva alle sue richieste.

“Un colloquio di lavoro in America dura un giorno intero e ottenere il visto equivale a vincere alla lotteria”

“Non è facile fare un colloquio di lavoro in America – spiega – perché incontri fino a sette persone insieme e quindi tu stai una giornata intera sotto esame e se non hai una grande determinazione nel voler andare negli Stati Uniti, è difficile farcela. Poi c’è la trafila per il visto, anche questo è un percorso molto impegnativo, e io tutto questo l’ho vissuto sotto l’amministrazione Trump, nel fervore di alcune dinamiche, ed ottenerlo è quasi come vincere alla lotteria. Ma sono stato fortunato ad atterrare in una terra come la California dove il contesto naturalistico è fantastico, c’è un clima eccezionale e per me è stato come sentirmi a casa. Qui a Microsoft dove lavoro ora, non troverai mai nessuno che ti dirà che c’è qualcosa che non puoi fare e se chiedi alle persone da dove vengono, anche se sono nati altrove, ti risponderanno che sono americani. Anche mia madre quando è venuta a trovarmi è rimasta molto colpita e affascinata da questo comune senso di appartenenza”.

“La Calabria deve valorizzare i suoi giovani. Abbiamo bisogno di nuovi Leonardo e nuovi Michelangelo”

“Le persone sono convinte che nella Silicon Valley ci siano i più grandi talenti al mondo – continua – io credo invece che ci siano le persone più determinate al mondo perché devi competere con aziende che sono anni luce avanti. Io ho lavorato sulle macchine che si guidano da sole, sui robot che si prendono cura delle persone anziane, tante cose bellissime e in pochissimo tempo. Qui in America se qualcuno pensa che hai talento, non ti lasciano a fare le fotocopie, ma ti danno delle responsabilità e poi se tu a dimostrare quanto vali. Qui i giovani non sono quelli che fanno il lavoro scontato, è quasi l’opposto perché esci dall’università e hai tutta la freschezza, l’energia e l’individualità necessarie per poter innovare. L’individualismo sfrenato americano che viene messo sempre in evidenza come fattore negativo, visto da qui è tutt’altra cosa perché per fare un team di successo hai bisogno che ogni componente del team abbia successo. È importante lanciare dei messaggi alle nuove generazioni per sfatare alcuni pregiudizi di forma. La società italiana e quella calabrese hanno bisogno di nuovi Leonardo, nuovi Michelangelo, persone capaci di creare una nuova direzione e di lasciare il segno. Io ancora sento parlare in Italia di piccole e medie imprese, discorsi che andavano bene all’inizio della rivoluzione industriale ma non oggi. Così come rifiuto drasticamente il concetto di fuga dei cervelli. In Inghilterra è del tutto normale che alcune persone decidano di andare a vivere in Spagna, così come i tedeschi possono decidere di trasferirsi in Italia. La mobilità fa parte di questo mondo, dobbiamo soltanto capire come la nostra cultura, il nostro Paese può beneficiare di questo mondo in movimento mantenendo ben saldi i valori che sono essenziali nella nostra identità ma creando quei presupposti di modernità che non sono più rimandabili”.

Silvio ha fatto atterrare in California anche suo nonno Luigi di 86 anni e ha letto nei suoi occhi l’entusiasmo e la meraviglia per quel nuovo mondo che non avrebbe mai neanche lontanamente immaginato di poter vedere.

“Solo per quello sguardo – conclude – e per l’incontenibile felicità che racchiudeva, è valsa la pena aver attraversato il mondo e vissuto già tante vite”.

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