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Daniel Wilson

Tempo di lettura 7 Minuti

WATAMU (KENYA) – Si chiama Daniel il santo a piedi nudi, e non ricorda la sua data di nascita. “Aspetti, mister”, fa. Si mette a contare con le dita, alza gli occhi, ma fiero, per nulla imbarazzato da quella domanda alla quale per adesso non sa rispondere.

Si interrompe, tosto, caparbio, lucidissimo (come farà, ci chiediamo) pur in mezzo al tanfo del villaggio e le ferite che ha negli occhi dei suoi presumibili sedici o diciassette anni trascorsi nella fatica ma con un decoro da titano: “Mi scusi, vado a chiedere a mia madre, sta in una capanna non lontana da qui”.

Sì, forse abbiamo trovato l’uomo che cammina sui pezzi di vetro, quello di De Gregori, che non si taglia.

Con la sua luna e i fuochi alle spalle Daniel, gioca a pallone scalzo e fa impressione per quanto è potente, abile e leggero con quei piedoni sulla sabbia puzzolente amaranto del grande campo di calcio “raddrizzato” a ridosso delle capanne di fango, dimora di quei “funza”, pulci cattive come kapò, che qui hanno scarnificato i piedi di generazioni di bambini e ne hanno uccisi tanti. Corre dalla madre, eccitato dall’idea che questo incontro potrebbe fare da spartiacque. “E se qualcuno si accorgesse di me?”, penserà.

E lo dirà poi, ad alta voce: “Sogno di giocare in Europa, non come tutti per forza in Italia, e mi scuso se lo dico a lei che è italiano”. Ci lascia senza la facoltà di parola per qualche istante. Oltre a stupirci anche per la finezza logistica, progettuale del ragionamento.

Perché pare da trascurare il dettaglio del volersi distinguere da tutti i potenziali calciatori d’Africa che sognano l’Italia, la Mecca del pallone, ma non è così, e anche a chi come noi non è un grande esperto di calcio suona come un passo in più. Quello che certamente lui ha quando gioca, da piccolo atleta intelligente, fortissimo anche per questo.

Lo avevamo visto per caso, passando da quel campo lungo la strada sterrata che si inoltra nella quasi giungla, correre scalzo per scaldarsi prima della partitella, la maglia numero 9 giallorossa (Catanzaro o Roma? Ma non glielo chiederemo), alto, regale, possente e lieve in area di rigore si era mosso quasi danzando con la palla come Muhammad Alì con i piedi e i guantoni sul ring prima di assestare uno, due, tre gol e forse anche di più tra i pali obliqui come agavi al vento. Il più forte di tutti, nel villaggio e a quanto pare anche nei dintorni.

Tutti lo guardano quando gioca. Per i bambini è come un miraggio, stanno lì a osservarlo finalmente concentrati, distratti dalle brutture di un altro giorno trascorso nella spazzatura, abbandonati dai grandi che bevono vino di cocco per sopravvivere a un’esistenza che non è un’esistenza.

Eppure anche qui il pallone gira. Ce n’è sempre uno che salta, che conosce le pedate di tutti, dalle parrocchie alle scuole, da “dietro casa” in città ai campetti delle favelas di tutto il mondo quello gira come se avesse un’anima, come se fosse mandato da Dio ad alleviare le pene, a stare tra milioni di gambe che altro non hanno.

Fino ad arrivare a Watamu, tra i piedi scalzi di Daniel. “Io sogno” poi, che miracolo. Da queste parti non esistono lo spazio, il tempo, l’idea stessa di conoscere il verbo sognare. Daniel sogna, dove nessuno sogna.

Con entrambi i piedi scalzi, in faccia alla sorte che ha voluto che un ragazzino così in gamba dovesse nascere in mezzo alle mangrovie e alle palme, ai fuochi, ai fumi, alla non-vita di un villaggio rimasto allo zero e che non ha una “Storia” come tutte le comunità del pianeta, disgraziate o felici che siano, hanno. E dove la gente nemmeno ricorda quando è nata.

“La sala stampa” però c’è. E’ un’aula della “Mama Rossana School”, una scuola, un prodigio nella foresta, un cuscinetto di caschi blu dove al posto delle armi si combatte a colpi di geografia, matematica, inglese, swahili. Sulla parete curva, la cartina del mondo.

Lontanissimo, distante con i suoi affari ben differenti da questo pezzo di Continente che pare nemmeno esista a scrutare con attenzione, in attesa di Daniel, lo sbiadito e storto planisfero. Siamo a Watamu, un paesone di mare a 26 chilometri più a sud dalla leggendaria Malindi, quella di locali che portano per esempio il nome di Karen Blixen, e quella da bere dei tempi (ormai passati, congelati tra Covid e carestie politiche) del Billionaire di Flavio Briatore.

Ma col piccolo campione siamo in mezzo al bosco. Misterioso, profumato d’Africa. Quella reale, non dei resort di scellerati ricconi che ignorano chi ha fame e ha sete. Siamo dentro al cuore dell’Africa, bellissimo e terribile, sconvolgente nelle sue contraddizioni e nelle ferite che mai si rimarginano e che addosso a questa gente si rinnovano come stimmate in quaresima ma ogni giorno, non una volta all’annoi.

Se qui dentro fai un passo in più e da solo, se ti incammini rischi di non tornare più indietro. Daniel invece spunta coraggioso e sorridente all’improvviso, non si sa da dove. Lo avevamo visto anche il giorno prima sparire, poi fare avanti e indietro più volte con due grossi bidoni gialli. “Che cosa facevo?

Portavo l’acqua per la mia mamma, serve per cucinare e lavare, la prendo nel fiume qui vicino e questo è il mio allenamento per gambe e braccia”, ci spiega, senza mai smettere di spalancare quel sorriso. I due recipienti pesano 35 chilogrammi ciascuno, e se si somma l’infinita sequenza delle passeggiate si può capire perché questo ragazzo ha alla sua età adduttori, addominali, bicipiti e spalle da primatista.

“Tutti mi chiamano Mbappé, è il mio modello, conosce signore? E’ quel giocatore del… ”, si interrompe, fa un po’ di fatica perché parla bene soltanto l’inglese (santa “Mama Rossana School”…). Paris Saint Germain, suggeriamo. Lui sorride, “ecco, sì, ha potuto vedere come gioca?, è bravissimo, è veloce, il migliore di tutti, lui sa come fare quando ha il pallone. I suoi genitori erano originari dell’Africa, del Camerun e dell’Algeria lo sa, signore?”.

Daniel ha quattro fratelli, e soltanto la mamma. Il papà lo perse quando aveva dieci anni. Di lui ha un ricordo dolcissimo, e anche questa è una cosa rarissima perché molti padri non esistono qui. E suo padre è stato un padre.

Un diamante grezzo rarissimo perché gli occhioni di questo ragazzo si riempiono di lacrime, e tra i banchi di quest’aula vuota a quest’ora del pomeriggio, con un caldo infernale e le risa dei suoi piccoli fan al di là del recinto spinato che si accalcano per capire, è difficile, a questo punto, non avere una vertigine. Amore, tenerezza, dignità, sono i gioielli che ha lasciato in eredità al suo campioncino.

“Mi mancano di lui soprattutto gli abbracci – dice, pronunciando la parola hugs, abbracci, a metà tra pianto e sorriso –. Sogno spesso che accade, e per questo che vado a dormire prestissimo, per incontrarlo. Sogno che mi vede giocare a football, e sembra così reale, io che corro in un grande stadio, che gioco in una grande squadra.

A mio padre piaceva molto Peter Cech, quello del Chelsea, il portiere. Io amo invece Mbappé, so tutto di lui. Sono sicuro che Dio mi ascolterà, io ci penso sempre a questo: Dio che mi ascolta e un giorno questo sogno che si trasforma in realtà. Ma devo allenarmi, e lottare, anche contro la tristezza”.

Daniel parla, ti fissa negli occhi come un piccolo guru. Nel frattempo riflettiamo che forse il segreto di questo prodigio – perché lo sei, un prodigio, se ragioni così compìto e attento in un contesto del genere, dove anche i bambini spesso sono tragicamente alienati – sarà stato proprio la famiglia: sua madre c’è, ed è una madre miserissima, è la pietà di Michelangelo del Kenya, però è solida, operosa, silenziosa, una madre che insegna, di quelle, racconta Daniel, che con un’occhiata dolce e ferma ti ordinano tre cose da fare tutte assieme, senza spendere il poco fiato che ancora hanno.

“Quando ieri mi avete fatto tutte quelle fotografie, molti dei ragazzi che mi osservavano alla fine mi hanno avvicinato dicendomi di non illudermi, che i bianchi vengono qui e poi non fanno nulla. La gente spesso mi dice che questo non fa per noi, che siamo nati per fare altro. Ma io non voglio credere a loro, voglio credere ai miei sogni”.

E c’erano un paio di scarpette da football tra i sogni del piccolo uomo che cammina e corre e gioca a piedi scalzi, sul campo e sui pezzi di vetro della sua vita. Troppo. Proviamo a dirgli che potremmo acquistarne un paio, lì per lì sembra non crederci: “Costano una montagna di soldi, signore…”.

Vediamola, questa montagna. Saliamo in tre, con l’autista, sul bajaj, le leggendarie moto-taxi salvezza e croce di residenti e turisti (gli incidenti sono tantissimi, perché vanno come i pazzi), raggiungiamo uno shop a Timboni, la strada principale dalla quale ci si addentra per raggiungere il villaggio, scegliamo, misuriamo, sembra la scena di un film.

Il campione scalzo da oggi ha un paio di scarpette da calcio. La montagna di soldi erano venti euro. La “conferenza stampa” termina così, e le ultime parole di Daniel saranno: “Mi avete cambiato la vita, domani ho una partita e se segnerò un gol sarà dedicato all’Italia”. Il giorno dopo qualcuno ci chiama dalla scuola, quel ragazzo ha lasciato per noi un biglietto: “Ho trovato la data della mia nascita: 23 giugno 2002, domenica, tuo Mbappé boy”. Firmato, Daniel Wilson.

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