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Rosario Livatino

Tempo di lettura 5 Minuti

Estratto dal capitolo “Rosario Livatino” di “Toghe rosso sangue” di Paride Leporace, edizioni Città del Sole

LA STESSA strada dove hanno ucciso il giudice Antonino Saetta e il figlio Stefano. La “640” che congiunge Agrigento e Caltanissetta con Palermo. Un’arteria della morte come tante provinciali del Sud, toponimo assegnato dai continui incidenti stradali che producono cadaveri e altarini votivi. La via ospita i due monumenti innalzati in memoria dei due magistrati martiri di Canicattì. Uccisi nello stesso mese. A settembre. Ma in anni diversi anche se ravvicinati. Livatino muore ventiquattro mesi dopo il massacro dei Saetta. E’ il 21 settembre 1990. L’Italia della Prima repubblica soffre una profonda crisi di credibilità delle istituzioni. Sono le 8,30 e Rosario Angelo Livatino, quasi 38 anni, con la sua scassata Ford Fiesta colore amaranto viaggia verso Agrigento per raggiungere il Tribunale dove lavora. Anche quella mattina ha lasciato la casa sul corso principale di Canicattì dove abita con gli anziani genitori. Scopriranno tra qualche ora che il solito “ciao” con un’occhiata rivolta alla finestra si trattato dell’ultimo addio del magistrato alla sua famiglia. Una Fiat Uno e una moto seguono a distanza l’auto del giudice con circospezione dal bivio di Castrofilippo all’uscita del paese. Un pedinamento a distanza che dura per diversi chilometri. Aspettando il momento adatto per entrare in azione. Sono dei killer spietati che hanno ricevuto l’ordine di uccidere Rosario. A quattro chilometri dalla città dei Templi, nel territorio comunale di Favara, il motore turbodiesel della Uno accelera e sperona la Fiesta. Dal finestrino in frantumi gli assassini vomitano una pioggia di colpi di pistola incrociando quelli esplosi dal picciotto issato sul retro della moto enduro.

La Fiesta si blocca. Il giudice Livatino si rende conto all’improvviso di trovarsi indifeso, protagonista in una di quelle scene che spesso ha analizzato nelle carte utili al suo mestiere. Esce dalla portiera più lontana dai suoi aguzzini. Scavalca il guardrail e corre solo e disperato con il fiato in gola nella scarpata tra le contrade Gasena e San Benedetto. Perde un mocassino. I killer lo inseguono come una muta di caccia che bracca una preda indifesa. Livatino è un bersaglio facile. Lo puntano con le pistole mentre corre in discesa, sparano ancora, poi Rosario cade a terra. I pistoleri lo colpiscono ancora a distanza ravvicinata.

Quattro colpi di grazia. Hanno finito. Risalgono la scarpata con calma. Giovane gente di mestiere assassino. Riprendono la Uno e la moto. Se ne vanno tranquilli a bruciare i due veicoli a pochi chilometri di distanza su una collinetta incolta di contrada Gasena.

Un automobilista di passaggio nello specchietto retrovisore ha visto qualcosa di sospetto che gli rimane fisso in mente. Non può invece vedere Rosario Livatino con gli occhi rimasti sbarrati di paura, un corpo cadavere disteso su un prato di erba bruciata. Indossa una camicia azzurra carta da zucchero macchiata dal suo stesso sangue. La giacca grigia che doveva indossare in Tribunale penzola dal gancio dove era solito appenderla per non sgualcirsela durante il viaggio da casa ad Agrigento.

Un giudice preciso e metodico Rosario Livatino. “«L’udienza saltò. Devi dire a chiddu di non venire perché un giudice ebbe un incidente». Un incidente, si dice così in gergo in questi casi. Rispettando un altro rituale sonoro, le sirene dello Stato si sono già date convegno sul luogo del delitto. Una scena ripetuta mille volte: le autorità che arrivano, scendono si salutano, guardano, parlano, dispongono, si risalutano, salgono, partono. Poi il vertice da qualche parte, in prefettura, in questura, in procura. E per il vertice arriva l’apparato delle grandi occasioni. Nella città dove la squadra mobile ha sedici uomini, e quattro la squadra omicidi; nella provincia dove caserme e commissariati, se ci sono, sono rifugi precari per otto-dieci poliziotti, e dove impazzano per contro trentotto clan mafiosi; lì dopo l’omicidio lo scenario cambia rapidamente, come se in un intervallo istantaneo tecnici provvisti di magia avessero sostituito, per la meraviglia degli attori, il fondale, i costumi e la coreografia”.

Quello che avete appena letto è un brano che fotografa con perizia il rituale che segue ad un omicidio eccellente di mafia. E’ tratto da “Il giudice ragazzino” libro scritto in bella forma e con pathos civile molto di parte, da Nando Dalla Chiesa per raccontare la storia di Rosario Livatino. Nando Dalla Chiesa, sociologo, giornalista e futuro uomo politico, figlio del generale dei carabinieri Carlo Alberto ucciso dalla mafia a Palermo nel 1982 a cento giorni dalla sua nomina di prefetto. Grazie al libro pubblicato nel 1992, l’anno che esplode Tangentopoli a Milano, Livatino con il suo sacrificio diventa un simbolo ma anche una metafora del complicato momento che attraversa il Paese. Non si tratta di una semplice biografia di un giudice ammazzato da una mafia di periferia che nessuno ancora conosce.

Per dichiarata intenzione dell’autore, che ben costruisce l’intreccio collegandolo alla sua tesi, la vicenda umana di Livatino è lo specchio pubblico della società italiana. Ma allo stesso tempo è un documento d’accusa contro il “regime di corruzione” che in Italia in quel periodo mostra il viso feroce della criminalità organizzata e le mani sporche degli amministratori pubblici e privati che trattano e smistano mazzette e tangenti. E’ uno dei libri che nei primi anni Novanta contribuisce a creare un enorme consenso attorno alla magistratura chiamata a supplire alla politica mentre i partiti tradizionali sempre di più perdono contatto con la società civile e il paese reale. Incapaci di effettuare riforme e di saper dare risposte ai mutamenti provocati dalla caduta del muro di Berlino. Rosario Livatino, a differenza dei suoi precedenti colleghi ammazzati dalla mafia, spesso rimasti sconosciuti all’opinione pubblica, diventa un simbolo e un esempio nazionale.

La pubblicazione del “Giudice ragazzino” di Dalla Chiesa sarà seguita da molti altri libri su Livatino stampati da editori nazionali e siciliani. I giornali racconteranno con attenzione la biografia del giovane magistrato e le vicende processuali che lo avevano portato alla ribalta nel suo circondario. I movimenti della legalità prenderanno Rosario come un modello. Anche il cinema non si lascerà sfuggire la vicenda realizzando un film di successo tratto dal libro di Dalla Chiesa. Girato da Alessandro Di Robilant, che affida la parte del giudice a Giulio Scarpati affiancato da Sabrina Ferilli nella parte di un’avvocatessa innamorata, la pellicola raggiunge il grande pubblico. Come capita spesso al cinema la vicenda reale subisce invenzioni di racconto e semplificazioni narrative utili alla macchina spettacolare che infastidiranno qualche stretto conoscente del giudice. La sceneggiatura affidata a Ugo Pirro e al giornalista d’inchiesta Andrea Purgatori salva il contenuto civico e politico della vicenda.

Scrive il rigoroso critico cinematografico Paolo Mereghetti: “Il film recente meno pretenzioso e più riuscito sul difficile tema dei giudici in lotta con la mafia ispirato all’omonimo libro di cui gli sceneggiatori hanno opportunamente lasciato decantare la retorica un po’ agiografica”. La pellicola comunque, insieme al libro, contribuisce a far entrare Rosario Livatino nell’immaginario collettivo della turbolenta Italia degli anni Novanta. Nascono convegni, associazioni, premi che omaggiano il giudice siciliano. Non si erano mai registrate prima tante intitolazioni di strade e scuole come per Livatino.

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