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Quell’anno la primavera era così contenta che arrivò in anticipo. E quando arrivò iniziò a far risplendere il sole, ad accendere i fiori, a colorare i prati. Ad aspettarla però non trovò nessuno.

Ogni anno, di solito, c’era sempre qualcuno a darle il benvenuto. Invece quell’anno niente: nessun bambino al parco giochi, nessun nonno, nessun nipotino, nessun ragazzino col cuore che batteva più veloce quando incontrava le ragazzine, niente. Non si sentiva il rumore del passaggio dei motorini e neppure quello dei bicchieri e delle voci dei tavolini dei bar che, proprio in quei giorni, conquistavano spazi nuovi su marciapiedi e piazze.

Niente e nessuno.

Solo silenzio.

“Strano” pensò la primavera.

Ma non si perse d’animo e, nei giorni successivi aumentò i segni della sua presenza: il cielo diventava sempre più azzurro, il sole sempre più limpido, l’aria stessa più pulita. Gli uccelli cantavano più forte e i fiori s’inventarono profumi più intensi.

Nulla.

Tutto fu inutile.

Continuò a non farsi vivo nessuno.

Il massimo che la primavera sembrava ottenere era lo sguardo malinconico di qualcuno nascosto dietro la finestra di casa.

Non si dette ancora per vinta: tolse ogni nuvola dal cielo, fece fiorire mandorli e ciliegi con un amore più forte del solito e si ripromise di rendere i giovani ancora più belli.

Ma era inutile. I giovani non c’erano. Quelle ragazze con gli abiti leggeri come i loro pensieri, quei ragazzi belli e sorridenti sembravano svaniti nel nulla, come se non fossero mai esistiti. Eppure li vedeva, dopo qualche giorno iniziò a vederli tutti, avrebbe potuto contarli uno a uno dietro le finestre. E dietro di loro gli adulti, gli anziani, i bambini, tutti. E si accorse che non erano del loro solito umore, quello con cui li sorprendeva ogni anno. Erano tutti tristi, annoiati, davanti alla tv oppure ripiegati su libri e computer. Tutti, però, si erano accorti che per strada e nelle piazze ogni cosa era cambiata, che l’inverno era passato e con esso il freddo, la pioggia, la tristezza delle giornate corte e buie.

La primavera non riuscì a capire il motivo di questo distacco, ma intuì che doveva essere legato a qualcosa di importante. Allora restò lì a fare quello che sapeva fare meglio. Iniziò a corteggiare tutti con un amore bellissimo e discreto, con la dolcezza della quale solo la primavera è capace: la natura fuori splendeva e tutti rimanevano chiusi in casa, separati da un vetro, a guardarsi, a piacersi, a desiderare di abbracciarsi, di lasciarsi andare, di avere fiducia l’uno nell’altro.

La primavera allargò le braccia e rimase ad aspettare che arrivasse il momento, il suo momento, il loro momento. Senza fretta. E nel lungo gioco di sguardi con chiunque la guardasse dalla finestra fece una promessa: “Sarà bellissimo”.

“Sarà bellissimo” disse il ragazzino innamorato.

“Sarà bellissimo” disse il nonno con un sospiro.

“Sarà bellissimo” disse il bambino guardando l’altalena del parco.

“Sarà bellissimo” disse la ragazza che aspettava un bacio.

“Sarà bellissimo” dissero tutti.

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