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RENDE (CS) – «Io sono la dimostrazione vivente che per fare il deficiente su un palco ormai il diploma non basta più, serve la laurea». Giovanni Vernia parla così di se stesso dal palco del Garden di Rende. Perché lui, laureato, lo è sul serio. Un titolo da ingegnere elettronico conseguito con il massimo dei voti e un posto in una grossa azienda di Milano, prima di lasciare tutto e diventare Jonny Groove, entrando, attraverso Zelig, in tutte le nostre case. Uno show lungo oltre due ore quello che il comico genovese ha portato a Rende. Oltre due ore di risate pressoché ininterrotte, proseguite, al termine dello spettacolo, anche nel camerino dell’artista, preso letteralmente d’assalto dai tanti fan in attesa di una foto o di un autografo.
Che la serata avrebbe rispettato le premesse, lo si è capito fin da subito. Vernia non sale subito sul palcoscenico, ma entra da una porta laterale, direttamente in sala, con un  vassoio di “turdiddri” in mano. «Prendetene tutti – dice offrendoli allo spettatore –  fate attenzione però, perché non si staccano, c’è un miele che sembra bostik». E siccome «un grande comico non può entrare in scena senza una presentatrice», ecco coinvolta una signorina del pubblica, “costretta” a salire sul palco ad annunciarlo.
Il “Giovanni Vernia Show” può così prendere ufficialmente il via. Il comico è in gran forma, a conferma dello splendido momento che sta vivendo la sua carriera. Prima una lunga e dettagliata panoramica sulla sua infanzia. Nato a Genova («una città incapace di entusiasmarsi anche a Capodanno») da padre pugliese e madre siciliana, con le classiche vacanze estive trascorse al Sud tra Gioia del Colle e Catania e un nugolo di parenti-personaggi tutti da imitare: dallo zio Vichingo («Perché aveva le corna») allo zio “Sotto Sforzo“, chiamato così perché parlava come se stesse espletando le proprie funzioni corporali («Più o meno come fa Luca Carboni quando canta»). Poi il trasferimento a Milano, «una città così frenetica che sono i milanesi ad avvisare la sveglia che dovrà suonare dieci minuti dopo». In un’impeccabile riproduzione di dialetti (simpaticamente un po’ in affanno con quello calabrese), Vernia tratteggia il diverso modo degli italiani di approcciarsi agli imprevisti, come può essere un errore di prenotazione in un hotel. E così alla teatralità dei napoletani segue la pudicizia dei veneti, mentre al calabrese, mani in tasca e peperoncino in bocca,  uno sguardo minaccioso basta a farsi intendere.
Non potevano mancare poi i personaggi di un repertorio che da Jonny Groove è divenuto sempre più vasto: Jovanotti logorroico; un inedito Rocco Papaleo in veste di sex symbol; per finire all’ “assolutamente” sfrontato Fabrizio Corona e a un esilarante Marco Mengoni, per cui il comico “seleziona” un signore del pubblico a duettare con lui.
Si chiude così lo show di un comico acclamato dalle fan come il più sexy d’Italia, a cui non è bastato il diploma per fare il deficiente su un palco, ha avuto bisogno di una laurea con il massimo dei voti. La lunga serata rendese può meritare la lode.

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