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A Cosenza arriva Silvestri, l'uomo del megafono

 

Calabria
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di FRANCESCO STAINO

DIECI minuti di ritardo sull’orario previsto per l’intervista. Consapevole di ciò, chiediamo venia a Daniele Silvestri che si omostra subito disponibile. Un giovane quarantasettenne, svincolatosi dalla denuncia politica (lui stesso ammette per un limite d’età. Ora tocca ai ragazzi più giovani denunciare) per passare a raccontare storie, più affetto e meno politica. Una tranquillità data dal suo essere padre oltre che artista, uno stacco con il passato dopo il tour con gli amici Fabi e Gazzè. La Calabria è pronta a riceverlo nella sua unica fermata prevista, giovedì 12 maggio, al teatro “A.Rendano” di Cosenza, in un evento organizzato da Archimedia Produzioni. La data è sold out...

Lei è per tutti l’uomo col megafono. Immagini di averne uno adesso. Immagini di essere nel bel mezzo del corso principale di una grande città. Cosa urlerebbe?

«Beh, iniziamo col dire che nel caso in cui il corso principale fosse quello della mia città, quindi Roma, probabilmente in questo momento, con il megafono, difficilmente potrei non parlare della situazione della mia città stessa, che si appresta a decidere una nuova amministrazione, dopo un periodo che, difficilmente, pare non abbia lasciato segni. Parliamo di credibilità politica della classe dirigente. Ecco, penso che il tema sarebbe questo. Ti rispondo così perché, se mi fermo a pensare al megafono, mi vien da pensare a battaglie da combattere nel locale, battaglie per qualcosa che vedi intorno, che vivi sulla tua pelle, da cittadino. Sarà che oggi mi viene più facile riconoscermi in battaglie più circoscritte, ecco, piuttosto che riconoscermi dentro una bandiera rappresentativa di qualcosa di più largo, più ampio».

Perché intitolare l’album Acrobati e come è nato?

«Dunque, si chiama così per due motivi. Il primo è perché all’interno di esso contiene un brano omonimo che è il cuore del disco stesso, da diversi punti di vista, se vuoi un po’ personali. Ho voluto bene a quella canzone sin dal momento in cui era solo una base, una vaga idea di un punto di vista dall’alto. Sai, è stato chiaro sin dal principio che era un po’ il centro, l’essenza di questo nuovo lavoro. Poi, man mano che il testo ha preso il suo significato definitivo, mi sembrava giusto intitolare il disco così. Questo perché ritengo abbastanza semplice poterci descrivere come acrobati, volenti o dolenti, tutti quanti. Dei funamboli costretti a cercare un equilibrio che non ci viene facile perché la nostra vita è fatta solo di presente, non ha una prospettiva più larga, non c’è nulla che ci permette di progettare, non abbiamo lo sguardo lungo se non quello che arriva dritto alla fine del mese. Una vita che non ci insegna a guardare al passato, ad avere memoria. Ci riduciamo al presente, senza ieri e senza domani. Siamo essere umani un po’ persi, costretti al funambolismo per tenerci dritti».

E' vero che anche una personalità come Petit ha influenzato questo suo ultimo lavoro?

«Sì, questo in corso d’opera perché la canzone era già in gran parte scritta quando, una persona a me vicina, mi disse che stavo raccontando il punto di vista di un signore che si chiama Petit (Philippe, noto funambolo, mimo e giocoliere francese). Quando ho avuto in mano Toccare le nuvole, ho realizzato il testo sicuramente tenendo presente alcune delle cose che leggevo lì, a cominciare dalla sua idea di disobbedienza alla gravità, intesa quasi come atto criminale ma nel senso più nobile del termine, come atto di ribellione e quell’immagine mi piaceva molto e stava molto bene in quello che già stavo scrivendo».

Questo album è nato grazie alla collaborazione di un gruppo di artisti…

«Vero, ma le collaborazione, prima ancora di quelle evidenti, ovvero i nomi degli altri cantanti, c’è la collaborazione con i musicisti che è ancora più importante per questo disco, alcuni dei quali talmente nuovi, diciamo, nella mia esistenza. Tutto è iniziato nello studio di produzione leccese di Roy Paci. Tutto è stato fatto sull’onda di un istinto, per fortuna azzeccato. È stata quasi una “chiusa” ecco, senza un vero scopo se non quello di trovarsi con persone giuste e creare insieme. Io lì ho portato un po’ di semi da piantare insieme, frammenti di ipotetiche canzoni che ho cercato poi di finire avvalendomi dell’apporto creativo di questi musicisti strepitosi in una sala prove che sembrava una sala parto. Partorivamo ogni ora qualcosa di nuovo, con un entusiasmo tale da rimanere costante fino alla fine del lavoro».

Acrobati è anche la terza traccia dell’omonimo album. Il brano si chiude con il verso “Dall’alto c’è sempre qualcuno che guarda…”. Lo stesso verso ricompare nell’ultima traccia dell’album, Alla fine. Come mai questa scelta?

«Perché è una frase molto intensa che, secondo me, ha più di un significato. In qualche modo mi piace il fatto che chiunque ascolti possa dare la sua interpretazione. Se devo dirti la mia versione, credo che mi porti a pensare che ci sia uno sguardo attento a ciò che accade giù, e ciò rende le nostre azioni dotate di senso, le responsabilizza. Uno sguardo che ti fa sentire da un lato più protetto, ma dall’altro più osservato. Porta a vivere ogni attimo potenzialmente in modo giusto, senza lasciare nulla al caso, vivendo con la giusta intensità e coerenza».

Il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, Quali Alibi, ascoltandolo, pare discostarsi dal resto del suo ultimo lavoro. È stufo di raccontare di politica? Come mai anticipare l’album con un brano che sembra quasi essere un corpo estraneo rispetto al resto del disco?

«Opinione rispettabilissima la sua. In un certo senso è proprio per questo che è stata scelta per aprire il lavoro. L’ho immaginata come un ponte tra la produzione precedente e quella nuova perché per il suono, per il modo in cui è stato registrato, per il modo in cui è stata strutturata la canzone, per la libertà musicale che contiene, io la trovo inserita perfettamente nel disco. Da un punto di vista, invece, dei temi e del modo di parlarne, del testo, devo darti ragione sul fatto che può essere considerata come corpo estraneo. In questo disco ho cercato di evitare, più che la politica, l’attualità. Non so se sono stufo, obiettivamente ne ho parlato tanto ma credo di avere un’età che, forse, mi svincola un po’ da certi discorsi».

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