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Cosenza, storie al femminile di coraggio e d’accoglienza

Nel docufilm “Dove bisogna stare” l’esperienza di Prendocasa

Calabria
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Jessica Cosenza
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COSENZA – Jessica Cosenza ha 22 anni ed è una studentessa fuori sede dell’Unical. Famiglia numerosa, un reddito familiare precario messo insieme a fatica dai genitori con vari lavoretti saltuari e un affitto che dopo pochi mesi di università è diventato insostenibile. E così lei, già attiva nei collettivi studenteschi e vicina al comitato “Prendocasa”, si è trovata a lottare per i diritti degli altri e anche per i suoi. Ha occupato nel 2016 uno stabile dell’Aterp, destinato a ospitare uffici ma mai utilizzato, insieme ad altre cinquanta persone. Italiani e migranti, tutti senza casa, che hanno cercato risposta a un bisogno mettendo insieme vite ed esperienze diverse.

Quella di Jessica è una delle quattro storie raccontate da Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli nel docufilm Dove bisogna stare, distribuito da Zalab, presentato al Torino Film Festival e uscito lo scorso 17 gennaio. Il docufilm sarà proiettato a Cosenza lunedì 4 febbraio alle 20, presso il cinema San Nicola. Dalla Val di Susa alla Calabria, dal Friuli alla Lombardia, un racconto tutto al femminile che si offre come «possibile risposta a questi tempi cupi – scrivono gli autori – Non racconta l’immigrazione dal punto di vista di chi sceglie di partire o è costretto a farlo: è innanzitutto un film su di noi, sulla nostra capacità di confrontarci con il mondo e di condividerne il destino».

Quattro storie di donne comuni, che reagiscono alla paura aprendo il cuore. Georgia, 26 anni, ha lasciato il suo lavoro di segretaria a Como per dedicarsi agli ultimi e ai migranti, che dopo la chiusura della frontiera svizzera avevano iniziato ad accamparsi accanto alla stazione della sua città. Lorena, che di anni ne ha 64, a Pordenone prima e a Trieste ora trascorre con il marito le notti in strada per aiutare i ragazzi che arrivano dalla rotta balcanica. Elena, 55 anni, ha ospitato a casa sua un giovane originario del Camerun, che aveva rischiato di morire assiderato e di vedersi amputare i piedi. Tra tutte loro Jessica è la più giovane e la sua storia d’accoglienza è innanzitutto una storia di condivisione. Con gli altri occupanti di via Savoia condivide, innanzitutto, lo stato di necessità.

«Sono lì per bisogno e perché credo nel percorso di lotta di Prendocasa, per liberare le persone dal ricatto economico e cambiare le cose nella nostra città».

L’esperienza di via Savoia era stata citata da Medici Senza Frontiere nel “Rapporto fuori campo”, che censisce le strutture in cui vivono i migranti fuori dal circuito dell’accoglienza. E Medici Senza Frontiere, che ha collaborato al docufilm, l’ha segnalata a Zalab. «Le quattro storie del film sono geograficamente distanti tra di loro – racconta Jessica – e rappresentano anche modi diversi di affrontare la marginalità. Eppure, quando scorrono sullo schermo, sembrano quasi un’unica storia. La storia di chi cerca di dare una risposta solidale contro la barbarie che impera là fuori».

Il docufilm racconta anche un «lato inedito» di Prendocasa. «Tutti conoscono la dimensione politica. Qui si vede anche quella più intima, quella che racconta la convivenza in uno stabile occupato» dice ancora Jessica. Perché la palazzina di via Savoia non è il comune condominio in cui con il vicino ti scambi il saluto o al massimo una visita per il caffè.

«Noi viviamo in una dimensione di aiuto reciproco» spiega Jessica. Lei si occupa dei bimbi delle vicine di stanza, quando sono a lavoro, e loro le fanno la spesa, nei giorni in cui è impegnata a preparare un esame. «Condividiamo anche le gioie e le vittorie personali. Se uno di noi trova lavoro – dice – è una festa per tutti». Uniti affrontano ora l’inchiesta, da poco aperta proprio sulle occupazioni, e che vede anche Jessica indagata: «Per noi non è un attacco alla singola persona. È un attacco alla comunità, a un’idea. E noi abbiamo reagito come sempre, quando siamo attaccati: cementando ancor di più i rapporti. Se volevano spezzare la solidarietà intorno a noi, hanno fallito».

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