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Serena Rossi al ciak della fiction

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COSENZA – È uno dei temi caldi di questa settimana in Calabria. Da quando è andata in onda, domenica sera, la fiction “La sposa” su Raiuno, la Rete si divide tra pro e contro sulle vicende di Maria, la bravissima Serena Rossi, giovane e bella calabrese che per motivi economici salva la sorella da un matrimonio aggiustato da un sensale locale e dal sole della sua terra accetta di andare in sposa per procura nelle nebbie del Veneto con un marito che non ha mai visto.

L’intreccio ben costruito è quello di un melò alla Materazzo (regista molto amato dai nostri genitori negli anni Cinquanta per i film di Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson) con colpi di scena avvincenti che avvolgono una storia ambientata nel 1967 in pieno boom economico.

Fiction è finzione per antonomasia, e su dati di contesto si sviluppa una storia inventata secondo le regole di genere. Il cattivo affidato al ricco veneto che mette “gli sghei” (il denaro) sopra ogni cosa, il fratello che ha visto scomparire la moglie amata in circostanze misteriose, il bambino che cresce come un ragazzo selvaggio, la Calabria amara e povera, l’emigrazione. Sono presenti in modo esiziale i grandi fermenti di quel periodo che pur animavano la provincia italiana negli anni Sessanta. La musica dei giovani (ormai una costante di film e fiction), una giovane comunista in Veneto che aiuta Maria contro il razzismo e i pregiudizi locali e qualche altra venatura di progressismo.

L’audience ha premiato “La Sposa” in modo netto e inequivocabile. Sei milioni di spettatori e uno share del 26,8 per cento per un prodotto popolare di buona fattura che ha catturato il pubblico generalista televisivo di Raiuno grazie ad attori in forma, un regista di grande capacità come Giacomo Campiotti e una produzione internazionale, la Endemol, che prepara con straordinaria cura la sua library di audiovisivi.
Ma nel gradimento sulle latitudini che affrontano la storia della Sposa Maria è scoppiata la polemica social.

LEGGI: Calabresi indignati per “La sposa” calabrese su Raiuno. Ma la fiction è stata un successo di audience – Il Quotidiano del Sud

Le tre puntate della fiction ambientate tra Calabria e Veneto sono state girate in Puglia e in Piemonte. Uno dei primi elementi di frizione di protesta urlata. È un tema ricorrente, che si fa fatica a far capire al pubblico. Il cinema gira e realizza le sue opere nei territori dove le condizioni economiche e di tempo sono le migliori possibili. In questo caso la produzione e il regista hanno deciso di ricostruire il paese di Calabria de “La sposa” tra Monte Sant’Angelo, Vieste e Vico del Gargano.
Si poteva girare in Calabria? Certamente sì. Tra l’altro il regista ha lavorato in passato nella nostra regione decantandone in diverse interviste la meravigliosa accoglienza: nel recente sceneggiato d’impegno civile “Liberi di scegliere” e nella fiction dedicata a Moscati, guarda caso di ambientazione napoletana e girata tra i vicoli di Cosenza, per merito dell’organizzatore calabrese Pasquale Arnone.

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È noto agli addetti ai lavori che una delle scene madri de “I vitelloni” di Fellini, che celebra la solitudine delle spiagge di Rimini, è stata girata sul Tirreno; e per stare ad un recente film di successo, “Il potere del cane” di Jane Campion ambientato nel Montana nel 1925, la regista ha preferito girare nella sua Nuova Zelanda per motivi artistici ed economici. Gli stessi che hanno indotto Endemol a preferire il Piemonte al Veneto, regione dove opera una delle migliori film commission d’Italia.

Sulla questione Calabria il regista Campiotti ha ingenerato molta confusione. Intervistato dalla nostra collega Isabella Marchiolo, ha dichiarato: «Avrei voluto girare in Calabria, come ho fatto due volte con grande sostegno da parte della precedente Film Commission, che funzionava benissimo. Ma in questo caso il supporto lo ho avuto dalla Puglia, mentre in Calabria ci sarebbero stati problemi organizzativi legati alla mancanza di strutture».

LEGGI: Calabresi indignati per “La sposa”, regista e sceneggiatrice difendono le loro scelte – Il Quotidiano del Sud

Per fare chiarezza in Calabria non mancano strutture. E abbiamo verificato che alla Calabria Film Commission non è stata presentata mai nessuna richiesta di finanziamento o assistenza logistica da parte della Endemol, che evidentemente avrà avuto le sue ragioni per girare in Puglia. Forse Campiotti ha voluto concedere un aiutino al vecchio management della film commission locale, cui si sente particolarmente legato. Ma ha peccato di chiarezza dichiarando una cosa non vera.

Altra questione molto accesa quella del dialetto calabrese adoperato nella fiction. “È siciliano”, “parlano così a Catanzaro”, “ma chi vi capisce”. Sul punto invece Campiotti è stato molto chiaro: «Abbiamo fatto un lavoro imponente con un coach, Serena Rossi è stata bravissima. Del resto le chiamavano le Calabrie, basta spostarsi di un chilometro per trovare parole e accenti diversi».

Siamo ancora le Calabrie. Non abbiamo un dialetto unico. A mio parere la scelta, sempre complessa, funziona se sei milioni d’italiani sono rimasti incollati al video.

Quando si racconta una finzione nel proprio territorio, il pubblico generalista si aspetta di sentire l’idioma del proprio borgo. Sono le stesse polemiche che ho registrato a Matera per “Imma Tataranni, sostituto procuratore” in cui la pugliese Vanessa Scalera, affidata ad una coach materana, viene accusata di parlare con inflessione barese. E a Bari si sono invece lamentati che Luisa Ranieri, nei panni di Lolita Lobosco, non parla pugliese. È una convenzione linguistica il dialetto nel cinema e in tv. Un argomento su cui la teoria si esercita da decenni.

E poi l’argomento più divisivo. Quello dell’identità e se dal punto di vista storico la Calabria raccontata da “La sposa” sia falsa, razzista e raccontata per stereotipi. È una questione nodale dei giorni nostri che va oltre la fiction in programmazione. Mi soccorre l’antropologo calabrese, Vito Teti, che sull’identità calabrese ha scritto: «Spesso la nostra è un’identità costruita per reazione, ci concentriamo sull’essere chi siamo perché qualcuno ci racconta così. Siamo dipendenti dallo sguardo esterno». Insomma “pare brutto” che gli altri ci raccontino anche per come siamo stati. E molti si arrabbiano.

Che nel 1967 ci fossero donne vestite in nero, società maschilista, povertà in Calabria non è una forzatura de “La sposa”. I manifesti dei morti sono ancora attaccati ai nostri muri, e per quanto mi riguarda non è un dato negativo. Poi una fiction, per motivi di spettacolo, esaspera alcuni dati del reale. Come accade nella scena iniziale quando il sensale calabrese mostra al cliente veneto le ragazze del paese tastandole e mostrandole come una sorta di bestiario umano femminile.

Ma i matrimoni combinati fanno parte della nostra storia. Il fenomeno è bene raccontato nel bel romanzo dei Lou Palanca “Ti ho vista che ridevi”, epopea delle donne calabresi verso le Langhe piemontesi. E sull’onda delle polemiche di queste ore Domenico Lanciano, ha segnalato che a Badolato è ancora visibile una pietra parlante del 1979 su cui sta scritto: “Vinna nu bellu giuvinottu da campagna e Verona e sa levau”, frase che potrebbe essere un incipit de “La sposa”.

Ma dati storici inoppugnabili hanno lo stesso indignato in Calabria. Per la politica bipartisan abbiamo registrato le prese di posizioni di Nino Spirlì, anche autore di spettacolo, che senza mezzi termini ha definito la fiction di Campiotti «una cagata» di fantozziana memoria, prendendo anche le distanze dall’ormai celebre cortometraggio di Muccino. Da sinistra ha risposto Santo Gioffrè, anch’egli autore, un suo libro è stato alla base della fiction “Artemisia Sanchez”, che ha dichiarato: «Da romanziere storico io non contesto la fiction ma l’indicazione di un luogo e un periodo precisi senza contestualizzarli ed estrapolando un solo terribile aspetto, che dà l’idea della Calabria come di un mondo perduto in un’epoca irreale».

E per alzare lo sguardo, le polemiche non hanno risparmiato la Puglia che, vendendo la propria location, ha fatto sapere di non voler essere equiparata alla Calabria, e soprattutto il Veneto dove il presidente del consiglio regionale, il leghista Roberto Ciambetti, ha sottolineato «i cliché grotteschi che mettono in ridicolo sia i veneti che le calabresi», unendo gli scontenti delle due regioni.

È ora che lo spettacolo continui. Domani sera, 23 gennaio 2022, seconda puntata. La Calabria continuerà ad essere protagonista de “La sposa”. Una buona occasione di intrattenimento e si spera di dibattito.

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