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VIBO VALENTIA – Né la Regione Calabria né il Comune di Limbadi saranno parte civile al processo per l’omicidio di Matteo Vinci, il biologo 42enne di Limbadi fatto saltare in aria con un’autobomba il 9 aprile del 2018 a Limbadi.

Il giudice Alessandro Bravin, presidente della Corte d’Assise di Catanzaro, ha infatti rigettato la richiesta presentata tardivamente dai due enti per il tramite dei rispettivi avvocati che così non potranno chiedere gli eventuali danni risarcitori agli imputati considerati appartenenti al clan Mancuso di Limbadi.

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In buona sostanza, la Regione e il piccolo Comune del Vibonese, gestito dal commissario straordinario Antonio Reppucci dopo lo scioglimento per mafia, non hanno ricevuto il decreto di fissazione dell’udienza preliminare né quello del rinvio a giudizio, nonostante sia stata data, in più occasioni, ampia diffusione sugli organi di stampa, ma avevano chiesto di essere comunque ammessi. Richiesta sulla quale oggi la Corte d’Assise si è pronunciata, rigettandola. In precedenza si era costituita parte civile la famiglia della vittima.

Nel processo sono imputati Rosaria Mancuso, sorella dei più noti boss Giovanni, Pantaleone, Francesco e Diego, il marito Domenico Di Grillo, la figlia Lucia e il genero Vito Barbara, chiamati a rispondere a vario titolo anche di tentato omicidio ed estorsione, con l’aggravante delle modalità mafiose.  

La decisione ha creato sconcerto e l’avvocato della famiglia di Matteo Vinci, Giuseppe De Pace, ha affermato: «Oggi abbiamo subito questo ennesimo schiaffo. Esprimiamo grande rammarico per quanto è accaduto».

«Desideravamo fare – ha aggiunto De Pace – un fronte unico con le istituzioni e le associazioni, come Libera, che è del tutto assente, ma la colpa di quanto accaduto non è nè della Corte, né delle parti offese, ma della sciatteria e della superficialità di chi ha presentato in ritardo le richieste di costituzione di parte civile. Oggi in questo processo siamo soli».

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