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VIBO VALENTIA – La sua posizione era stata stralciata perché una consulenza medica lo aveva ritenuto incapace di intendere e di volere. E così se per gli altri imputati il processo “Dinasty – affari di famiglia” era andato avanti arrivando a conclusione tra il 2008 e il 2009, per lui si era invece fermato alle prime fasi. Fino al 2016 quando una nuova perizia aveva ribaltato gli esiti della precedente. A quel punto era tornato a dibattimento per i fatti di quasi 20 anni fa e ieri è arrivata la conclusione con il verdetto di primo grado. Ed è un verdetto pesante: 21 anni e sei mesi per associazione mafiosa e 6.700 euro di multa. Domenico Mancuso, 45 anni, figlio del boss ergastolano Peppe, alias “Mbrogghjia, incassa, dunque, la condanna del Tribunale collegiale di Vibo. Nulla da fare per la difesa, nella persona dell’avvocato Giuseppe Milicia, ha cercato di smontare l’ipotesi accusatoria messa in piedi prima dal pm della Dda Camillo Falvo e successivamente dal collega Andrea Mancuso con la quale si era chiesta la condanna dell’esponente del casato mafioso di Limbadi così come aveva invocato la parte civile nella persona dell’avvocato Antonio Zoccali. L’imputato era, di fatto, l’ultimo a dover essere giudicato per il procedimento penale scaturito dall’omonima operazione antimafia condotta nel 2003 dalla Dda di Catanzaro e dalla Squadre Mobili di Vibo e Catanzaro  che aveva disarticolato il clan di Limbadi.  Nel marzo del 2016 è arrivato il verdetto sulla scorta della perizia psichiatrica del prof. Di Mizio che aveva, di fatto, portato l’organo collegiale a revocare l’ordinanza di sospensione del processo per l’imputato dichiarando nuovamente aperto il dibattimento. Sostanzialmente il deficit cognitivo di Mancuso era stato ritenuto lieve e non in grado di incidere sulla capacità di stare in giudizio. L’istruttoria si era snodata per i tre anni successivi arrivando adesso a conclusione con la sentenza di condanna a 21 anni e mezzo di reclusione per Mancuso.  

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