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LA sua voce è echeggiata all’interno dell’aula collegiale del vecchio palazzo di giustizia. L’occasione è stata il processo “Nemea” contro il presunto clan Soriano di Pizzinni. È stato l’esordio, nel tribunale di Vibo, di Bartolomeo Arena, neo collaboratore di giustizia le cui numerosissime dichiarazioni sono confluite nell’inchiesta “Rinascita-Scott”.

Sollecitato dalle domande del pm della Dda, Annamaria Frustaci, ha ripercorso oltre 20 anni di ndrangheta vibonese e i fatti che non ha vissuto in prima persona li ha saputi perché appresi da altri del suo gruppo. Arena, che si è pentito nell’ottobre del 2019, ha 43 anni, ma nonostante la giovane età afferma di essere a conoscenza di numerose e recondite dinamiche criminali che toccano non solo il capoluogo ma anche altri centri della provincia.

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Figlio di Antonio Arena, considerato il capo locale del tempo, ucciso nella metà degli anni ’80 in un agguato, Bartolomeo detto “Vartolo” che all’epoca aveva solo otto anni, nella ’ndrangheta vi è entrato da piccolo, piccolissimo, per come ha affermato in apertura di esame: «Ho iniziato da piccolissimo, minorenne, nel gruppo di Antonio Grillo, detto Totò Mazzeo. Assieme a lui e a Nicola Lo Bianco, il figlio di Carmelo Lo Bianco, detto “Sicarro”».

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