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L'aula bunker in cui si sta tenendo il processo Rinascita Scott

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LAMEZIA TERME – Clan ed elezioni. Questo uno dei segmenti del lungo esame che sta sostenendo il collaboratore Andrea Mantella al processo “Rinascita-Scott”, narrando l’appoggio delle famiglie criminali di Vibo a favore di una serie di candidati.

Si tratta di varie tornate elettorali che hanno interessato il Comune di Vibo tra il 2003 e il 2010. Ma anche quelle regionali del 2010.

Le elezioni comunali a Vibo Valentia

«Le famiglie Lo Bianco-Barba e quella dei Camillò hanno sponsorizzato come referente politico Nazzareno Salerno, anche se non era il candidato principale, ma anche Valerio Grillo, ed Elio Costa. Hanno buttato dentro il comune anche Antonio Curello, Domenico Evalto», ha esordito il collaboratore in aula raccontando alcune circostanze: «Un tempo i Lo Bianco-Barba hanno fatto un dispetto ad un tale Basile, la cui sorella è medico; poi hanno perpetrato un danneggiamento ad una candidata nella lista del di Vibo per farla recedere nel suo intento, credo fosse la Limardo, cui fecero esplodere una bomba carta; hanno anche sparato alla macchina al dott. Mangialavori, padre dell’attuale senatore».

Mantella, specificando, di non esse mai andato in giro a raccogliere voti ma di aver comunque interessato altre persone nel farlo, ha narrato anche la circostanza del presunto appoggio ad un avvocato di Vibo che si è candidato per due volte in Consiglio Comunale (non indagato e non imputato in “Rinascita”); e al riguardo ha parlato di una presunta riunione per definire le strategie al quale ha preso parte.

«Ero presente all’interno dell’autosalone del suo suocero dell’avvocato Talarico, Franco Ceravolo, nel quale si parlava per sostenere quest’ultimo e portarlo al Comune; e lui cercava di mediare con i mafiosi per raccogliere voti»; una riunione che avrebbe visto la presenza anche di Paolo D’Elia, storica figura della ’ndrangheta calabrese, Paolino Lo Bianco, Franco Barba e il cognato di Saverio Razionale, tanto è vero che poi «fu costituita una società di auto, i cui soci occulti erano Paolino Lo Bianco e Franco Barba, che le portavano all’autosalone di Ceravolo».

Il pentito, rispondendo alle domande del pm della Dda, Antonio De Bernardo, ha riferito quindi di aver detto ai propri conoscenti e parenti «di dare il voto a Talarico che, tra l’altro, si mise a disposizione nel momento in cui mi fu sequestrato il gregge. Lui parlò col maresciallo di San’Onofrio, Cannizzaro, e hanno messo a tacere questo maresciallo che aveva effettuato il provvedimento e alla fine gli animali mi furono restituiti».

Altro frangente nel quale il collaboratore ha tirato in ballo l’avvocato Talarico (eletto con 343 voti e poi diventato presidente del Consiglio comunale), ha riguardato i giorni successivi all’omicidio di Lele Cracolici (2004) quando «subì una perquisizione e con Cannizzaro intervenne di nuovo lui: “Che facciamo? Facciamo danni, è inutile che scavate perché qui non c’è nulla” diceva l’avvocato. E quindi hanno effettuato una perquisizione superficiale per poi andarsene. Paolino Lo Bianco, inoltre, mi chiedeva se potevo reperire un “regalino” a Talarico quando andava a trascorrere la seratine ad Amantea, Falerna».

Le elezioni regionali in Calabria del 2010

Non solo nelle Comunali, come detto, ma anche per le Regionali del 2010 i clan del Vibonese si misero in moto. Da un lato c’era Agazio Loiero (centrosinistra) dall’altro Peppe Scopelliti (centrodestra), e dall’altro ancora Pippo Callipo.

E se il primo, secondo Mantella, «aveva una forte rete di amicizie, essendo fortemente sponsorizzato» il secondo invece avrebbe «beneficiato dell’appoggio delle cosche» (nessuno dei tre risulta indagato o imputato nel processo).

A chiedere l’aiuto ai vibonesi per orientare le votazioni verso il candidato di centrodestra (poi risultato eletto, ndr) sarebbe stato «Michele Palumbo che aveva ricevuto da Luni Mancuso, alias “Scarpuni», l’ordine di non far disperdere i voti perché avevano preso l’impegno per raccoglierli in tutto il Vibonese; le questioni personali si dovevano mettere da parte. Palumbo mi diede 30mila euro, la metà della quale la consegnai a Domenico Camillò per procedere alla raccolta delle preferenze. Ma su Vibo Città era stata messa una somma ben più ampia per la compravendita dei voti (circa 300) e pertanto bisognava individuare una famiglia di ’ndrangheta numerosa che avrebbe dovuto veicolare il messaggio. E questa famiglia era quella dei Camillò, il cui capo, Mimmo “Mangano”, lavorando all’interno dell’ospedale, aveva la possibilità di usufruire di vaste conoscenze», ha concluso il teste, specificando che tale operazione di impiego del denaro «era stata voluta dai De Stefano Di Reggio Calabria».

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