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VIBO VALENTIA – La Procura antimafia di Catanzaro ha concluso l’attività investigativa su una indagine collegata con quella attinente all’esplosione dell’autobomba che a Limbadi, il 9 aprile del 2018, uccise Matteo Vinci ferendo gravemente il padre Francesco.

In sei, quindi, rischiano adesso il processo per reati, contestati a vario titolo, di omicidio, tentato omicidio e associazione finalizzata al traffico di droga (condotte contestate fino all’estate 2018): si tratta di Vito Barbara, 31 anni, di Serra San Bruno genero di Rosaria Mancuso (sorella dei maggiori boss di Limbadi); Domenico Bertucci, 28 anni, di Serra San Bruno; Antonio Criniti, 31 anni, di Cinquefrondi; Filippo De Marco, 42 anni, di Soriano; Pantaleone Mancuso, 59 anni, di Vibo e Alessandro Mancuso, 33 anni, di Vibo. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Giuseppe Orecchio, Pamela Tassone, Giovanni Vecchio, Luca Cianferoni, Domenico Rosso, Fabrizio Costarella e Vincenzo Cicino.

L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore della Dda, Annamaria Frustaci. Nello specifico, Criniti e De Marco (in concorso con Vito Barbara e Rosaria Mancuso, per i quali si è proceduto separatamente nel filone principale) sono accusati di omicidio e tentato omicidio, in concorso morale e materiale tra loro e con altri soggetti allo stato non identificati.

Nel filone principale, Vito Barbara e Rosaria Mancuso sono identificati quali co-ideatori, co-promotori e co-organizzatori, Criniti e De Marco co-autori materiali. Al fine di eseguire il delitto, e quindi di costringere i coniugi Vinci-Scarpulla a cedere alle loro pretese estorsive – approfittando di un momento in cui Matteo Vinci si trovava in una zona isolata in compagnia solo del padre Francesco – Criniti e Demarco avrebbero collocato (ovvero concordato e disposto che altri la collocassero) una radio-bomba al di sotto della autovettura Ford Fiesta della vittima, facendola successivamente esplodere, e cagionando la morte di Matteo Vinci. Ad entrambi viene contestata dalla Dda l’aggravante della premeditazione unita a quella di avere commesso il delitto per motivi futili ed abietti. Altre aggravanti attengono all’avere agito con crudeltà verso le vittime, consistita nell’avere cagionato il decesso del 43enne biologo per carbonizzazione e, quindi, fra atroci sofferenze, e infine di avere promosso ed organizzato la cooperazione nel delitto.

I reati in materia di droga riguardano tutti gli indagati che si sarebbero associati stabilmente tra loro, impegnandosi reciprocamente alla commissione di una pluralità di delitti quali la coltivazione, il trasporto, la detenzione ai fini di spaccio, la cessione e/o la vendita a terzi di sostanza stupefacente del tipo cocaina, hashish e marijuana, anche per quantitativi non modici che, fornite da differenti canali di approvvigionamento, venivano posti a disposizione dell’organizzazione per la commercializzazione nel territorio nazionale. In particolare. Gli associati si sarebbero quindi organizzati affinché venissero poste in essere una serie di attività illecite: l’individuazione, nel territorio regionale, di fonti di approvvigionamento di sostanza stupefacente del tipo cocaina, marijuana e hashish, con l’acquisto e la successiva cessione; la detenzione e trasporto delle sostanze per il successivo spaccio; la ricerca di soggetti interessati all’acquisto della droga e il trasporto e la cessione al dettaglio.

Nello specifico Vito Barbara in qualità di promotore, direttore ed organizzatore, avrebbe avuto compiti anche di pianificazione e selezione delle azioni e delle strategie generali del sodalizio criminoso, sia con riferimento alle attività di approvvigionamento di sostanze stupefacenti sia con riferimento al trasporto e successiva cessione o vendita ai soggetti dediti all’attività di spaccio. Sarebbe stato sempre lui a individuare le aree del territorio compreso tra le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria verso cui indirizzare i traffici illeciti dell’associazione; avrebbe inoltre intermediato per l’approvvigionamento ed il successivo smercio della sostanza stupefacente.

Criniti e De Marco, sarebbero stati co-organizzatori con compiti di decisione, pianificazione ed individuazione delle azioni concrete da realizzare e delle strategie da mettere in atto (con particolare riferimento alle modalità di approvvigionamento della sostanza stupefacente ed alla individuazione dei luoghi di spaccio.

Allo stesso tempo si sarebbero occupati di organizzare il trasporto e la consegna dello stupefacente agli acquirenti, nonché la successiva attività di recupero dei crediti derivanti dai predetti traffici delittuosi; gli stessi avrebbero funto da intermediari per l’approvvigionamento ed il successivo smercio della sostanza stupefacente. Bertucci e i due Mancuso sarebbero stati partecipi del sodalizio con il compito di intermediari per l’approvvigionamento e la cessione dello stupefacente che poteva raggiungere anche i 10 kg di peso.

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