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VIBO VALENTIA – Sono diverse le dichiarazioni rese dagli ultimi due collaboratori di giustizia vibonesi, Michele Camillò e Gaetano Antonio Cannatà, agli investigatori della Dda, parte dei cui verbali sono stati acquisiti nel processo in abbreviato “Rinascita-Scott” che si sta celebrando nell’aula bunker di Lamezia. Verbali in cui si parla di soggetti ritenuti dagli inquirenti affiliati o comunque orbitanti nelle ‘ndrine operanti nel capoluogo di provincia.

LA FIGURA DI DOMINELLO VISTA DA CAMILLÒ

Il giovane pentito riferiva sul punto che questi «era sodale del “buon ordine”. Io ho presenziato alla sua affiliazione presso l’abitazione di Bartolomeo Arena. È molto vicino a Mommo Macrì, in quanto è fidanzato con la figlia di Salvatore Morgese, suo zio paterno e so che custodiva delle armi di Macrì stesso in località “Cervo” di Vibo Valentia. Ciò mi è stato riferito da quest’ultimo e ricordo anche che a seguito dell’arresto di Morgese per il rinvenimento delle stesse, Mommo rimproverò Dominello di avergli intimato di spostare quelle armi già precedentemente alla loro scoperta».

Michele Camillò

Il collaboratore raccontava inoltre che Macrì «utilizzava sia Dominello che Michele Pugliese Carchedi per compiere le azioni delittuose. Ho sentito dire nell’ambito del mio gruppo criminale che il primo aveva mandato un sodale presso l’esercizio commerciale “La Casa del colore”, dove erano stati apposti dei proiettili ed una bottiglia contenente liquido infiammabile a scopo estorsivo, in quanto il proprietario si rifiutava di pagare. In particolare ricordo che ne parlavano Arena, Antonio Pardea e lo stesso Macrì».

CANNATÀ SU DOMINELLO

Anche il collaboratore Cannatà ha parlato della figura del giovane, apprendendo che «è appartenente al gruppo dei “Ranisi” e così come riferitomi da Luciano Macrì, è l’autore del danneggiamento in danno di Bruno Moscato. In carcere e nella stessa circostanza il Macrì mi rivelò che Dominello veniva mandato a fare danneggiamenti per conto della cosca».

SERGIO GENTILE

Michele Camillò si è poi soffermato brevemente sulla figura di Sergio Gentile, alias “Tobba”: «So che è stato affiliato dopo di me, e questo me lo riferì Bartolomeo Arena dicendomi anche che spacciava stupefacenti con un’altra persona. Arena aggiunse un ulteriore episodio relativo al fatto che Gentile fece la spesa presso l’M.D. Discount, pretendendo di non pagare. Il titolare del supermercato che era vicino ad Arena lo informò dell’accaduto e quest’ultimo intervenne rimproverando Gentile».

LEOLUCA LO BIANCO

Ulteriore personaggio del quale ha riferito Camillò è Leoluca Lo Bianco, detto “il rozzo”: «Mi è stato presentato a seguito della mia affiliazione come mio “mastro”. So che faceva parte della cosca Lo Bianco-Barba molto tempo prima della creazione del “Buon Ordine”. È molto amico di mio padre ed è mio compare di cresima, l’ho scelto in quanto mi piaceva come persona e di tale mia scelta si lamentarono molti miei familiari e questo anche perché precedentemente lui (Lo Bianco, ndr) ebbe una discussione con mio zio Raffaele Pardea e per tale motivo si recarono presso l’abitazione del primo, per un chiarimento, sia quest’ultimo che Marco Padrea, accompagnati da Domenico Pardea detto “il longo”, il quale tuttavia rimase in auto ad aspettare. Non ricordo il motivo della discussione ma se non sbaglio Lo Bianco aveva parlato male di mio zio Raffaele. Ritengo che sia uno dei maggiori esponenti della cosca e che fosse un soggetto dotato di una dote elevata è confermato dal fatto che, come ho detto, fu decisivo il suo coinvolgimento nella vicenda che portò l’organizzazione a riconoscermi la dote dello sgarro, oltre alla sua presenza al relativo rituale».

SALVATORE MORELLÌ, “L’AMERICANO”

Su Salvatore Morelli, Michele Camillò ha precisato di non averlo «conosciuto personalmente nel 2013-2014 ma soltanto nel 2016 (al suo rientro a Vibo, ndr) così pure Domenico Macrì. Aggiungo altresì che il primo mi fu presentato da Arena in quel momento senza specificare che fosse affiliato; comunque quest’ultimo mi diceva che Morelli era un uomo d’onore che era stato fatto tale da Andrea Mantella e che recentemente in carcere aveva acquisito doti più alte che non mi specificò. Preciso che ero io in quell’occasione a chiedere quale dote avesse Morelli perché era una mia curiosità».

LE DOTI DI ’NDRANGHETA

Anche Michele Camillò ricevette delle doti, fermandosi a quella dello “Santa”: «Nonostante il fatto che tornato da La Spezia non mi fossi formalmente “riattivato”, nel 2017 i maggiorenti della ‘ndrina sciolta nel frattempo formatasi decisero di rialzare le doti a quasi tutti i partecipi per proporzionare le stesse in ragione all’anzianità del sodale, avendo intenzione comunque di concedere la “Camorra” ad alcuni sodali più giovani. Così fu chiesto a me e ad altri (che accettammo) questo innalzamento di doti proposto da Salvatore Morelli, Domenico Macrì, Antonio Pardea e Bartolomeo Arena».

La cerimonia, secondo il narrato del collaboratore si svolse «a Bivona a casa del nonno di Arena: prima furono concesse le doti della Santa e del Vangelo a me ed a Michele Manco, anche qui con una forzatura delle regole perché queste due doti dovrebbero essere concesse a distanza di sei mesi l’una dall’altra, mentre in un separato ma immediatamente successivo rituale fu data la Camorra a Domenico Camillò, Michele Pugliese e se non sbaglio anche Domenico Tomaino. A celebrare il rito fu proprio Arena, che era colui che ricordava perfettamente le formule rituali. Presenziavano altresì al rito Morelli, Pardea e Macrì, mentre noi altri che dovevamo ricevere le doti entravamo a turno ed aspettavamo insieme in un’altra stanza. Immagino che il nonno di Arena, che ci aveva concesso l’uso della sua abitazione, fosse al corrente di quello che dovevamo fare. Preciso che dopo non ho ricevuto più altre doti e che quelle ricevute le ho avute per decisione dei soggetti sovraordinati e quindi per motivi legati all’organizzazione del sodalizio e non a seguito alla consumazione di altri reati oltre quelli che vi ho già citato».

LUCA LO BIANCO

Gaetano Antonio Cannatà

Anche Gaetano Antonio Cannatà ha tratteggiato la figura di Luca Lo Bianco detto “U Rozzu”: «Abitava nei pressi della casa di mia nonna. Per quanto riferitomi dai miei due cugini Carmelo e Giovanni D’Andrea, è stato affiliato al gruppo Lo Bianco-Barba, almeno fino all’esecuzione dell’operazione “Nuova Alba”; secondo il racconto dei miei cugini, questi dopo la scarcerazione, in considerazione dello schierarsi del nipote Salvatore “L’Americano” (Morelli, ndr) con il gruppo dei “Ranisi”, si sarebbe fermato ed allontanato dall’associazione per non mettere in difficoltà il nipote. Questa notizia mi è stata riferita sempre nello stesso arco di tempo che ho già indicato, ossia tra la scarcerazione del Carmelo D’Andrea e la mia prima detenzione (2010-2014); da allora non ho più avuto notizie da parte di alcuno su questa persona, per cui non so dirvi se successivamente sia riattivato o meno nel sodalizio».

FILIPPO ORECCHIO

Su di questi, il pentito ricorda che «era stato affiliato nel carcere di Vibo Valentia da Luciano Macrì. Quest’ultimo mi chiese se intendevo partecipare al rito ma io rifiutai l’invito. So che hanno partecipato alla cerimonia oltre a Macrì, Giuseppe Lo Bianco, detto “Peppe da Cina”, e Francesco Cortese».

NAZZARENO FRANZÈ

Ulteriore personaggio sul quale si è soffermato Cannatà è Nazzareno Franzè, detto “Paposcia”: «So che ha un negozio di frutta e verdura. Fu sempre mio cugino Carmelo D’Andrea a rivelarmi la circostanza che questa persona era intranea alla cosca Lo Bianco-Barba. Mi fece questa confidenza nel periodo antecedente al mio primo arresto, quando già cominciavo a recarmi in Veneto. Ebbene mi capitò di incontrare questo Franzè all’aeroporto di Treviso; abbiamo fatto il viaggio insieme fino a Lamezia e gli domandai se allo scalo lametino c’era qualcuno che sarebbe andato a prenderlo, lui rispose che sarebbe venuta sua moglie ed allora io gli chiesi un passaggio visto che stavamo andando entrambi a Vibo, e lui acconsentì. Qualche giorno dopo raccontai l’episodio a Carmelo D’Andrea il quale mi disse che Franzè faceva parte “della nostra famiglia” intendendo che lo stesso apparteneva alla sua cosca, e di tenere ciò in considerazione e di comportarmi bene con lui».

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