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L'aula bunker

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VIBO VALENTIA – Gli esponenti del clan Bonavota di Sant’Onofrio operanti sia nel piccolo centro del Vibonese che nello specifico in Piemonte, e i loro collegamenti con altre consorterie mafiose, in particolare della provincia di Reggio Calabria, sono stati gli argomenti trattati nella prima parte dell’udienza odierna dal collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena al processo Rinascita-Scott che si sta celebrando presso l’aula bunker della Fondazione Terina, nella zona industriale di Lamezia Terme.

Circostanze che “Vartolo” aveva già riferito nell’ambito di un altro procedimento penale che si sta celebrando presso la corte d’Appello di Torino: “Carminius-Fenice”, avente ad oggetto proprio l’influenza della ’ndrina santonofrese specificatamente nel territorio di Carmagnola dove era stata fondata una Locale di ’ndrangheta dove “tutto quello che avveniva era nelle mani di Salvatore Arone: movimento terra, usura, estorsioni, il business delle macchinette automatiche”.

Ha anche parlato, rispondendo alle domande del pm della Dda, Antonio Di Bernardo, delle figure di Antonio Serratore, Francesco Santaguida e Antonino de Fina, detto “Ninu i Palumba”, “particolarmente legato a Domenico Di Leo”, alias “Micu u Catalano”, che pagò con la vita sia la sua intenzione di fondare un gruppo rivale ai Bonavota a Sant’Onofrio che le sue ingerenze nelle attività industriali del piccolo comune e nella vicina zona industriale di Maierato.

Il mancato pentito

Arena ha poi rivelato una circostanza per averla appresa da ambienti legati sempre al clan di Sant’Onofrio, vale a dire che “Benito Fortuna, imparentato con Pasquale Bonavota, stava cercando di avviare un percorso collaborativo con la giustizia” che poi evidentemente interrotto.

Le entrature nelle forze dell’ordine

Il clan Bonavota avrebbe avuto entrature nelle forze dell’ordine. La circostanza, Bartolomeo Arena ha affermato di averla appresa da “Giuseppe Fortuna il quale mi disse che c’erano soggetti delle forze dell’ordine, anche nel Vibonese, che davano loro informazioni. Gli anni erano quelli prima del 2010. C’era, in particolare, una persona che prestava servizio nella sala intercettazioni della Questura di Vibo ed era sua amica, in quanto erano vicini di casa, oltre ad avere agganci con la Procura di Vibo. A Fortuna, che pur non essendo battezzato nella cosca ma che era comunque rispettato, chiesi di domandare se c’erano indagini sulla mia persona e dopo un po’ seppi che non ve ne erano. E questo soggetto aveva un fratello che era anche più influente di lui e che veicolava anch’egli notizie. Con questo anche io e mio zio Domenico Camillò abbiamo avuto rapporti”. Il pentito ha quindi precisato che “entrambi i fratelli erano a disposizione della famiglia Bonavota e non solo di essa”.

Successivamente, il collaboratore, si è soffermato sulle figure dei Cracolici, in particolare dei fratelli Alfredo e Raffaele e sulla guerra, persa da questi ultimi, contro i Bonavota per il predominio della zona industriale di Maierato, tra il 2002 e il 2004. A seguire ha tratteggiato la figura di Onofrio Garcea, “esponente di primissimo piano del clan di Sant’Onofrio operante nella zona di Genova”, nonché quella di Franco D’Onofrio “altro esponente legatissimo alla consorteria dei Bonavota”.

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