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DUE organizzazioni, decine di persone che ne farebbero parte, centinaia di vittime accertate. E, più in generale, un timore diffuso che si faceva strada tra la popolazione della Costa degli Dei. Operavano senza timore di essere presi, neanche quando qualcuno di loro veniva arrestato, certi e spavaldi, pensavano di farla franca. Ma sbagliavano. Perché i carabinieri di Tropea e la Procura di Vibo gli erano addosso.

Li monitoravano, li seguivano, li pedivavano, proprio come loro facevano con gli obiettivi designati: dai turisti che arrivavano a Tropea e dintorni per trascorrere qualche giorno di vacanza e di botto si ritrovavano senza l’auto che avevano noleggiato e che sarebbe finita in vendita su internet, ai residenti i quali una volta inserita la chiave nella serratura del portone di casa ed entrati negli alloggi vedevano i locali a soqquadro.

Sono le prime luci dell’alba quando i lampeggianti e le sirene dei carabinieri sfrecciano per la “Perla del Tirreno” (LEGGI). Quelle luci blu intermittenti e quel suono rappresentano l’epilogo di una inchiesta iniziata nell’ottobre del 2018 per chiudersi nel maggio dell’anno successivo ed arrivare ad un ulteriore step operativo – quello di ieri mattina – solo adesso. Un lasso di tempo tutto consistente ma causato da un lato dall’attesa dell’emissione dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari alle richieste avanzate dal pm Claudia Colucci e poi dalla presenza del Covid che, di fatto, ha rallentato tutta l’attività giudiziaria.

Sedici persone destinatarie del provvedimento cautelare, 26 soggetti indagati in tutto con accuse mosse a vario titolo di associazione a delinquere – nella quale anche le donne avevano un ruolo particolarmente attivo – finalizzata ai furti, al riciclaggio, alla ricettazione, alla detenzione di fucile e munizioni, truffa e simulazione di reato; e ancora armi e vetture sequestrate.

Operavano nell’ombra, facendo dell’inganno il loro codice “dentologico” tant’è che l’operazione in questione prende il nome di “Apate”, la dea appunto che viveva sulla menzogna.

Le richieste cautelari sono state accolte per 16 persone: Antonio Paparatto, 49 anni, di Ricadi, e Aldo Mangialavori, 42 anni, di Rombiolo, titolare di uno sfasciacarrozze (entrambi in carcere); Gerardo Accorinti, 36 anni, di Tropea; Vincenzo Giacomo Albanese, 26 anni, di Tropea; Francesco Campennì, 46 anni, di Nicotera; Francesco Carone, 41 anni, di Tropea; Salvatore Carone, 40 anni, di Tropea; Francesco Cortese, 49 anni, di Tropea; Filippo Saragò, 38 anni, di Tropea; Francesco Pititto, 51 anni, di Rosarno; Romanina Scordamaglia, 55 anni, di Lampazzone, frazione di Ricadi; Francesco De Benedetto, 35 anni, di Tropea; (tutti ai domiciliari); Simona Artesi 42 anni, di Ricadi (obbligo dimora comune di residenza); Giovanni Di Bartolo, 22 anni, di Rosarno (obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria); Francesco Mazzitelli, 39 anni, di San Calogero (obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria); Anna Maria Paparatto, 21 anni, di Ricadi (obbligo di dimora nel comune di residenza).

I restanti indagati a piede libero sono Salvatore Direnzo, 68 anni, di Mileto; Daniela La Rosa, 38 anni, di Tropea; Carmelo Piserà, 41 anni, di Filandari; Salvatore Albanese, 55 anni, di Tropea; Gabriele Prestia, 43 anni, di Vibo Marina; Gaetano Stilo, 48 anni, residente a Cormano (Mi); Francesco Vallone, 23 anni, di Zungri; Pierino Vallone, 54 anni, di Zungri; Silvana Zaccaro, 55 anni, di Tropea; e Francesco Saragò, 35 anni, di Tropea.

L’indagine sviluppata dal Norm della Compagnia dei Carabinieri di Tropea, agli ordini del maresciallo Tommaso Montuori e del capitano Nicola Alimonda, ha consentito di evidenziare, come detto, l’operatività, la struttura e i singoli ruoli dei due distinti sodalizi il cui punto di contatto è costituito dal comune promotore e capo; individuato in Antonio Paparatto.

Il primo gruppo era formato da circa 8 soggetti dediti al furto di autovetture prevalentemente di società di noleggio, con il chiaro scopo di non colpire la popolazione locale per due ordini di motivi: da un lato evitare di toccare qualcuno vicino alla criminalità organizzata, dall’altro fare in modo che le forze dell’ordine non accendessero i fari su di loro, giocando erroneamente sul fatto che i furti erano perpetrati ai danni di agenzie le quali spesso erano di fuori provincia e che quindi l’eventuale denuncia sarebbe stata presentata in quegli specifici territori. Nello specifico, sono state documentate le fasi di trasporto dei mezzi asportati in luoghi “sicuri” preselezionati e rimozione degli eventuali congegni di localizzazione satellitare e dei contrassegni identificativi dell’autovettura; la sostituzione con numeri di serie di autovetture incidentate, spesso acquistate su canali di vendita su interne; il reinserimento sul mercato, con operazioni di compravendita tra privati, anche mediante siti web specializzati, nello specifico il noto “Subito.it”.

Il secondo sodalizio era formato invece da quattro soggetti specializzati nei furti in abitazione, i cui obiettivi erano selezionati con accurati sopralluoghi e dopo avere anche studiato le abitudini di vita delle vittime. Colpivano in villa ma non disdegnavano gli appartamenti e colpivano al momento opportuno, salvo quelle volte in cui venivano messi in fuga o dalla presenza dell’inquilino all’interno dei locali o del cane. Tra Parghelia e Joppolo, tra Tropea (soprattutto) e San Calogero, il gruppo avrebbe messo a segno numerosi colpi anche se quelli attualmente accertati nell’arco di tempo dell’inchiesta sono stati cinque. Ciò nonostante non ci si è fatto scrupolo alcuno ad agire anche quando le vittime si trovavano al loro matrimonio anche se in quel caso rimase solo un tentativo.

Una cosa che caratterizza entrambi i gruppi, per come affermato stamane in conferenza stampa dal procuratore Camillo Falvo e dai sostituti Concettina Iannazzo e Filomena Aliberti (che hanno ereditato il fascicolo d’indagine dalla collega), risiede nel fatto che si servivano di soggetti di sesso femminile (attinte da misure cautelari), con il ruolo di vedette, per eludere le attività di contrasto delle forze di polizia. Ma non solo: visionavano i siti internet per individuare le auto da demolire o incidentate attraverso le quali prendere alcune componenti e sostituirle a quelle delle vetture trafugate onde evitare che gli inquirenti risalissero al telaio o ad altri oggetti identificativi e infine metterle in vendita, alimentando, in tal modo, un giro d’affari estremamente redditizio.

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