La vittima Domenico Currà

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VIBO VALENTIA – vicenda giudiziaria che si trascina da cinque anni sulla quale la parola fine, in un modo o nell’altro, ancora non è stata scritta. E fin qui tutto, o quasi normale, se non fosse che si è ancora alla fase dell’udienza preliminare, con la presenza di quattro medici indagati. E adesso i familiari della vittima di un presunto caso di malasanità si rivolgono al Quotidiano per sollecitarla, tenendo presente che c’è stata una richiesta di archiviazione da parte della Procura sulla quale attualmente il gip non si è espresso, spostando nuovamente la data dell’udienza al 22 gennaio del prossimo anno.

È la storia della morte di Domenico Currà, un uomo di Mileto  che ha lasciato la vita terrena il 27 luglio del 2011,  all’età di 65 anni, a causa di un male incurabile, ma la denuncia è stata presentata soltanto tre anni dopo dalla moglie della vittima che si è affidata all’avvocato Pino Calzone. Currà spirò all’ospedale di Catanzaro giungendo da un precedente ricovero presso quello di Tropea protrattosi dal 25 giugno al 6 luglio per dispnea da sforzo associata ad astenia.

Da qui era stato dimesso a seguito di esami diagnostici, trattamenti e cure farmacologici, che «avevano riscontrato – si legge nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione del pm Filomena Aliberti – una pericadite, broncopatia polmonare cronica ostruttriva- diabete mellito e cardiopatia sclerotica». La moglie, chiedendo spiegazioni al medico si era sentita rispondere: “Signora mia, portatevelo a casa e chiamate un prete affinché si confessi”; ma la donna non si era rassegnata a quel verdetto e a quel punto le fu consigliato di far ricoverare il coniuge presso la clinica Villa Sant’Anna di Catanzaro e poco dopo, a seguito di un peggioramento delle condizioni di salute, a Pugliese-Ciaccio dove, tuttavia, rimase in vita soltanto 13 giorni.

Sempre la consorte della vittima, nell’immediatezza del decesso, affermava di aver percepito una frase da un medico: “In un mese e mezzo gli hanno bruciato il polmone”, ritenendo che questa fosse un’attribuzione di colpa nei confronti dei sanitari dell’ospedale di Tropea e invogliandola a sporgere denuncia. Dalla successiva consulenza medico legale svolta dall’anatomopatologa Katiuscia Bisogni e dalla specialista in oncologia medica Lucia Fiorillo, era emersa l’assenza di elementi di censura ravvisabili nel comportamento diagnostico tenuto dai sanitari che ebbero in cura il 65enne di Mileto, e ciò indusse il pm a chiedere l’archiviazione per i quattro medici indagati.

Ma la famiglia si è opposta a quella richiesta – chiedendo un supplemento d’indagine – ritenuta «intempestiva ed infondata» ed evidenziando una serie di aspetti, su tutti il fatto che «non si evince dalla consulenza medica e né dalle cartelle cliniche agli atti che le condizioni del paziente fossero irrimediabilmente compromesse a tal punto da escludere la sua sopravvivenza ove fossero state praticate tempestivamente le cure del caso»; e ancora, «non risultano ricoveri di Currà presso il nosocomio di Tropea i cui sanitari non avrebbero dovuto dimettere il paziente viste le sue condizioni e invece l’hanno fatto senza consigliare un presidio alternativo prescrivendo una cura domiciliare inidonea a fronteggiare la gravità delle patologie, né hanno provveduto ad effettuare una broncoscopia e una Tac.

In buona sostanza, i medici di Tropea hanno curato un tumore al polmone come se fosse una bronchite», termina il documento nel quale si chiede al gip che venga disposta la presenza di un radiologo per stabilire se fosse possibile diagnosticare la massa tumorale con le lastre Rx di cui i sanitari erano già in possesso: «Riteniamo – hanno affermato i familiari – che i medici di Tropea non abbiano fatto tutto il possibile per evitare la morte del nostro congiunto. Il 22 gennaio 2020 ci sarà una nuova udienza davanti al Gip ma non possiamo comprendere le ragioni di tale ritardo visto che sono passati più di 5 anni da quando abbiamo sporto la denuncia».

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