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«ALBERTO, Alberto, vieni via da lì». Le urla sono quelle di Elisabetta rivolte al figlio che stava facendo il bagno a pochi metri dalla riva. 

La drammatica eruzione dello Stromboli ha appena avuto inizio in tutta la sua violenza e la giovane madre, insieme al marito Piero, cerca di individuare con lo sguardo il ragazzo e l’altro figlio, Gabriele. Sull’isoletta è l’inferno, il sole sparisce, coperto dalla folta coltre di fumo che fuoriesce dal cono del vulcano mista a materiale piroclastico. Gente che corre all’impazzata, in preda al panico, dirigendosi verso i pontili per salire in fretta e furia sulle imbarcazioni, in rada, che sarebbero arrivate pochi minuti dopo. 

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Sono minuti interminabili, l’attesa di lasciare quel lembo di terra è logorante e ogni istante sembra durare una vita intera. «Moriamo qui», ha pensato Elisabetta, la cui storia è una delle centinaia che si sono intrecciate l’altro ieri pomeriggio. Piero, si trovava disteso sulla sabbia al momento della deflagrazione venendo sbalzato di una decina di centimetri. Ci ha messo qualche secondo, come del resto anche gli altri presenti, a realizzare cosa stesse avvenendo ma una volta preso coscienza il suo pensiero si è subito rivolto alla moglie e ai figli con cui aveva deciso di trascorrere qualche giorno nell’arcipelago.

«Appena i miei figli e mio marito mi hanno raggiunta ci siamo messi a correre in direzione dei pontili – ha raccontato – Fortunatamente eravamo distanti circa un centinaio di metri quindi siamo arrivati subito. Intorno era il caos più totale. Gente che urlava, che si disperava, che chiedeva quando arrivassero le navi che si accalcava nella zona d’attracco. E intanto il vulcano continuava ad eruttare, a lanciare in cielo pietre. L’aria è divenuta irrespirabile e il cielo si è coperto». 

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Un paesaggio apocalittico, quasi da bomba nucleare, quello descritto dalla donna: «Abbiamo davvero pensato che fosse giunta la nostra ora. Per nostra buona sorte, però, sono arrivate le varie imbarcazioni che hanno evidentemente ricevuto il via libera una volta cessato l’allarme “onda anomala”. Noi eravamo con la Comerci che si sono dimostrati assolutamente celeri e professionali, ma anche le altre imbarcazioni non sono state assolutamente da meno. In pochi minuti siamo saliti a bordo     e ci siamo allontanati dall’isola». 

La scena che appariva all’orizzonte era da fare impressione: la bocca del vulcano era completamente coperta dalla colonna di fumo che si innalzava per chilometri nell’atmosfera. Erlisabetta, durante il viaggio passeggiava nervosamente sul ponte e nella zona inferiore della nave. Ogni tanto volgeva, come tanti altri passeggeri, lo sguardo verso la montagna. Era l’adrenalina che la faceva stare così attiva: «Non riuscivo a calmarmi perché ripensavo al pericolo corso. È avvenuto tutto in pochi istanti. Vedevamo il cono fumante ma mai avremmo potuto immaginare che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Poco dopo abbiamo saputo che una persona è morta nell’esplosione (l’escursionista messinese Massimo Imbesi, ndr), se penso che analoga sorte sarebbe potuta capitare a noi mi vengono i brividi». 

La motonave è arrivata in porto, a Tropea, intorno alle 19. Qui è sbarcato il grosso dei turisti. Elisabetta, Piero e i due figli hanno dovuto attendere un’altra mezz’ora prima di giungere a Vibo Marina da dov’erano partiti domenica scorsa. «Cosa ho pensato quando ho messo piede sulla terra ferma? Siamo salvi».

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