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AVELLINO – Una Fondazione di partecipazione con finalità esclusivamente culturali, che non ha scopo di lucro. Lo scopo è sociale: cultura, valorizzazione del patrimonio culturale e formazione universitaria e postuniversitaria, la ricerca scientifica.

La crescita socio-culturale ed imprenditoriale del territorio. Con iniziative innovative e imprese innovative. Arte e ricreazione, ricerca. E poi la gestione del patrimonio costituente il fondo di dotazione. E in particolare. “Cine ma Eliseo”, il Teatro comunale Carlo Gesualdo, Villa Amendola. Sugli altri beni, se ci saranno, si deciderà. Non è prevista la distribuzione di utili né fondi di riserva.

Alla base c’è un principio universalistico: sono fondatori tutte le persone, fisiche o giuridiche, pubbliche o private, italiane, straniere o sovranazionali che partecipano al raggiungimento degli scopi istituzionali della Fondazione. Lo statuto è frutto del lavoro del notaio Pellegrino D’Amore, uno dei migliori in circolazione, raffinato giurista che sempre si è speso per la città di Avellino. E lo si può capire se lo si legge lo statuto. E’ aperta a tutti.

Rivestono la qualità di partecipanti della Fondazione, le persone fisiche e giuridiche, pubbliche o private, italiane, straniere o sovranazionali, che si impegnino a contribuire, su base pluriennale, all’incremento del fondo di dotazione, mediante apporto di denaro, di beni, di prestazione d’opera, di servizi o di qualsiasi altro elemento suscettibile di valutazione economica.

Gli organi sono il consiglio di amministrazione ed il suo presidente: l’assemblea di partecipazione, il direttore generale, il tesoriere, il revisore contabile. Il consiglio di amministrazione è l’organo di governo della Fondazione. Le critiche non potevano mancare come sempre avviene nella città. E’ sulle modalità di nomina del consiglio di amministrazione che qualcuno ha da ridire: composto da cinque membri compreso il presidente, che è di diritto il sindaco in carica del Comune di Avellino.

Due dei membri sono nominati dal sindaco su base fiduciaria. Un membro è nominato dai soci fondatori l’altro dall’Assemblea di Partecipazione. Dov’è l’inghippo? Il rischio che i privati possano mettere le mani sul patrimonio comunale? Se ci fossero stati tre posti riservati a privati e due di nomina pubblica allora forse la critica poteva pure starci.

Ma lo statuto di D’Amore prevede che sono tre i componenti pubblici: il sindaco e altri due componenti che egli stesso sceglie, come si diceva. E allora, strapotere del sindaco? Insomma qualcuno doveva pur decidere. E comunque l’alternativa all’attuale impostazione quale sarebbe?

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