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Era una tiepida mattina di primavera del maggio del 1964. Feci giusto in tempo per prendere l’autobus della vecchia Sita per raggiungere Salerno. Tra i passeggeri mi accorsi della presenza di una persona il cui volto mi era noto. Nel dubbio di commettere una gaffe mi avvicinai e chiesi se fosse proprio lui la persona a me nota. Dopo avermi osservato con discrezione mi disse: sono Fiorentino Sullo. Mai avrei pensato che uno degli uomini più potenti d’Italia potesse viaggiare in autobus, peraltro pagando il ticket. In questi giorni di pandemia, tra un articolo per il giornale e la sistemazione dei vari interventi, mi è capitato di ritrovare un vecchio quaderno con la copertina nera nel quale redigevo giorno per giorno, come fosse un vero e proprio diario, le vicende che più avevano per me interesse. E così ho trovato questo ricordo di un incontro straordinario. Lo riporto oggi pensando come è scaduta di qualità la classe dirigente del nostro Paese. Essa non conosce l’umiltà, è arrogante e quando si deve misurare con un problema lo fa con una superficialità che sbalordisce. Anche Sullo, a modo suo, era, tra gli altri difetti, arrogante, ma non si dimostrò mai superficiale nella formulazione di provvedimenti per il Paese. Ne cito solo due: la legge urbanistica che gli costò non poco e che resta di una straordinaria attualità e la riforma della scuola, spiegata agli studenti universitari in piena contestazione studentesca nel ‘68. Che accade, invece, oggi? Pensate a un Di Maio ministro degli Esteri, materia che presuppone equilibrio, conoscenza e, se volete, anche un minimo di geografia. O allo stesso premier Conte che non ha ancora deciso che farà da grande, mentre acuisce il conflitto istituzionale tra il potere del governo e quello delle Regioni. Si capisce allora che gli italiani sono incazzati di brutto. Il governo firma alcuni provvedimenti, le Regioni li modificano e anche alcuni sindaci agiscono per proprio conto.
Si è perso tempo a capire chi fossero i “congiunti” e alla fine ciascuno ha dato la propria interpretazione. Poi è emerso il problema del distanziamento sociale costringendo gli operatori del commercio a viaggiare con il metro in tasca. Sul caso mascherine accade di tutto. Non si trovano, i prezzi sono variabili, per non parlare della qualità del tessuto. E poi le barriere di plexiglass per evitare contagi. Si potrebbe continuare per dimostrare la grande confusione che c’è in giro, alla vigilia dell’entrata in vigore della seconda fase.
Mi chiedo: gli interventi richiesti hanno bisogno di disporre di danaro. Come fa un piccolo commerciante che per tre mesi circa ha smesso la propria attività a reperire risorse per i pagamenti? Le banche chiedono garanzie. Altrimenti porta in faccia. La burocrazia blocca gli ammortizzatori sociali promessi e mai erogati e la criminalità ha svoltato l’angolo e si presenta ad offrire il proprio aiuto che vuol dire usura ovvero piovra su anni di sacrifici e stenti patiti. Che dire della fiera della vanità di chi si assegna il merito di aver evitato che la pandemia diventasse un’ecatombe? Conte afferma che è tutto merito del governo, le Regioni sostengono che il loro ruolo è stato determinante e i sindaci si autocelebrano per i risultati ottenuti con le loro ordinanze. Nessuno, però, dice che, se ecatombe non c’è stata, e speriamo che non ci sarà, è soprattutto merito dei cittadini che, vinti dalla paura hanno dimostrato grande responsabilità. Sono convinto che lo faranno anche in questa seconda fase che nasce all’insegna del disordine.
Sul futuro, a mio avviso, pesano due scenari che saranno decisivi per la concordia sociale e la lotta alla criminalità organizzata. In realtà le persone sono deluse per le promesse fatte e non mantenute. Il che potrebbe favorire il sorgere di una rivolta sociale che minerebbe i valori della stessa democrazia. Mi è rimasta impressa l’immagine di queste ore di un commerciante di abbigliamento che, deluso e rassegnato, ha depositato davanti al suo negozia tutta la merce in giacenza dandole fuoco, accompagnando le fiamme con grida di protesta. E’ solo un avvertimento o un’esasperazione non solitaria? Per quanto riguarda lo scenario della criminalità ci sono stati già segnali molto preoccupanti. La situazione è stata magistralmente descritta dal procuratore antimafia De Raho con un’analisi puntuale e con riscontri derivanti da indagini delle forze dell’ordine. Naturalmente il pericolo riguarda l’intero Paese, ma in particolare il Mezzogiorno in cui le radici del malaffare delle organizzazioni criminali sono profonde. In questi mesi di inattività la malapianta ha riempito i forzieri recuperando danaro proveniente dall’usura. Ora che ha moneta contante i criminali chiedono di acquisire patrimoni, cosa che sta accadendo in particolare nelle zone marinare del centro Italia e del Sud per effetto dei danni avuti per il turismo mancato.
Ho avviato questo editoriale partendo da un ricordo che mi ha offerto l’occasione, non certo nostalgica, di un tempo in cui la classe dirigente e le istituzioni erano un riferimento assoluto per la stabilità della democrazia nel Paese. Pur con alcuni episodi condannabili. Quella responsabilità da qualche tempo è venuta meno. Merito e competenza non sono più attuali. L’insicurezza e la confusione dell’agire sono una costante dell’intera comunità nazionale. I ruoli sono confusi e la politica che risponde ai bisogni è da tempo latitante. Movimenti ambiziosi nascono e muoiono nel volgere di poco tempo. Ne è esempio l’assalto alla diligenza dei grillini che volevano cambiare, condannando il sistema. Oggi vi sono immersi fino in fondo. Le stesse “sardine” sono sparite in un mare tempestoso.
Che fare? Io penso che insieme alla ripresa, che speriamo sia rapida ed efficiente, occorre ripensare da subito ad una riforma delle Istituzioni. Senza il cui ruolo responsabile ci sarà posto solo per la barbarie.

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