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Martedì sapremo se il governo Conte avrà nuova vita o se, al contrario, sarà giunto al capolinea. Nell’attesa il mercato dei voti è in pieno svolgimento alla ricerca dei consensi necessari. La superficialità (e la irresponsabilità) con la quale Matteo Renzi ha aperto la crisi merita piena condanna, anche se, va detto con chiarezza, alcune delle proposte avanzate nel merito dell’utilizzo dei fondi europei erano da non sottovalutare. Tardiva anche la sua iniziativa per rientrare nel gioco, offrendo margini di disponibilità. In questa amara vicenda si sono registrate occasioni perdute per rilanciare l’azione di governo.

Come si poteva uscire dalla crisi garantendo al Paese una transizione quanto meno indolore?

Mi permetto, senza alcun desiderio di autocelebrazione, di ricordare la lettera al Capo dello Stato, scritta il 25 ottobre 2020, a Sergio Mattarella, firmata dal sottoscritto e dal filosofo-politico Luigi Anzalone.

In quella lettera, ripresa da autorevoli organi di informazione e da accorti politici, si chiedeva uno sforzo complessivo delle forze politiche per varare un governo di unità nazionale per far fronte all’emergenza che il Paese attraversa. Una giusta esigenza. Su questa traccia si sono espressi i massimi vertici delle istituzioni, a cominciare proprio da Mattarella.

Purtroppo la proposta è caduta nel vuoto. E’ prevalsa la logica dell’egoismo politico, dell’appartenenza, del piccolo cabotaggio e delle misere furbizie che ha vanificato l’impegno per un dialogo costruttivo.


Ma qual è il disegno del premier Giuseppe Conte? Indossando gli abiti del coniglio si comporta con l’arguzia di una volpe. Da tempo egli ha compreso che al centro politico c’è un grande vuoto sia pure con ambiziosi gruppuscoli che sono tra loro in competizione.
Occupare quello spazio con un proprio partito equivale a dare una risposta agli orfani della vecchia Dc, a quei centristi senza casa e senza leadership. Un disegno più volte accarezzato da Ciriaco De Mita sia pure con notevole ritardo. Un disegno che piace anche alla chiesa che, per la maggior parte, benedice ogni atteggiamento del premier Conte. Il quale ora coglie l’occasione della crisi non solo per resistere, ma soprattutto per un investimento sul suo futuro politico. Oggi Conte, stando ai sondaggi, può contare su un consenso, che si aggirerebbe intorno al dieci per cento. La sua popolarità cresce di ora in ora, di giorno in giorno. La gestione della pandemia viene valutata in generale positivamente anche se con alcune riserve nel merito della facile concessione dei bonus.
Sarà lo stesso se, senza più il potere del premierato, Conte dovesse mettersi in proprio? Renzi docet. La sua scelta di lasciare il Pd per formare Italia viva ha indebolito le sue ambizioni.


Torniamo alla crisi e ai cosiddetti “costruttori” che dovrebbero garantire la continuità del governo, consentendo il Conte-ter. Se si dovesse valutare il comportamento dei “salvatori” la sola certezza che si può avere è di ritenerli oltre che trasformisti della peggiore risma, mercenari alla ricerca di potere. Ovviamente non tutti, perché alcuni di essi sono davvero preoccupati per il futuro del Paese e del Mezzogiorno in particolare. In realtà, in queste ore, mentre il Paese è in grande sofferenza, il “mercato delle vacche” è in pieno svolgimento. Senza pudore, e forse senza ipocrisia, l’immoralità della politica ha raggiunto limiti insopportabili. Questo, peraltro, avvalora la necessità di andare al più presto a ridefinire le regole istituzionali.

Di più. L’esiguità della nuova maggioranza, se mai dovesse formarsi, non garantirebbe al governo una navigazione tranquilla per giungere alla conclusione della legislatura. Salvo che Conte non sia disponibile ad accettare ricatti ogni qualvolta non si dovesse trovare accordo sui singoli provvedimenti. Inquieta, in ogni caso, l’irritualità dello svolgimento della crisi anche dal punto di vista formale, segno della decadenza del rispetto delle più elementari regole. Aspettiamo, intanto, le decisioni che saranno assunte tra domani e dopodomani. Che Dio ci aiuti.

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