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Nel ripercorrere fugacemente la storia del Partito comunista in Irpinia non si può tralasciare un pur fugace riferimento alla figura di uno dei politici, che ha caratterizzato non pochi decenni della storia della nostra Regione e della sinistra italiana. Questa figura cui alludo è Antonio Bassolino, che nei primi anni settanta ha intrecciato la sua esperienza di vita intellettuale e politica con la nostra provincia, in quanto segretario della Federazione del Partito comunista d’Irpinia.


Allora giovane funzionario, di grandi speranze, essendo poco più che ventenne, Bassolino era stato inviato probabilmente per riorganizzare una Federazione, che avrebbe dovuto essere all’altezza di una Democrazia cristiana in crescita, che stava per candidarsi alla guida del Paese.
In quella occasione, come ha evocato in uno dei migliori libri sull’Irpinia degli ultimi decenni, nel suo “Andata e ritorno” di Federico Biondi (edito per i tipi della Elio Sellino editore nel 2000), si confrontarono due diverse idee di Partito, due diverse idee di politica e di partito. Da un lato c’erano i quarantenni, tra cui lo stesso Federico Biondi, convinti per una politica dialogante con la DC e in una sorta di politica del Compromesso storico al fine di incidere sulla realtà locale. Si riteneva, infatti, che al fine di attuare un’azione efficace occorreva intraprendere una politica del centro sinistra sulla base di proposte di tipo condiviso, proposte all’interno delle sezioni e delle compagini di partito. In particolare, la Sezione “Antonio Gramsci” di Avellino aveva elaborato dei “Quaderni di proposte” da indirizzare al Consiglio comunale della città al fine di contribuire ad una riorganizzazione delle attività politiche dell’intera provincia. I giovani, invece, erano convinti che fosse necessaria una politica di opposizione dura alla DC al fine di garantire una alternativa chiara alla politica tradizionale.


Federico Biondi dedica una serie di paragrafi di grande ampiezza, con analisi non sempre benevole nei confronti di Bassolino, proprio perché divisi nella politica locale e nazionale. Ecco, un primo quadro: “Lo avevo visto soltanto una volta, e di sfuggita, a Bologna, al momento di accomiatarmi da Massimo Caprara, cui si accompagnava, al termine dei lavori del XII congresso, e quasi non me ne ricordavo più, quando, dopo essere stato eletto alla Regione per il circondario di Afragola, suo luogo nativo, Antonio Bassolino venne destinato dalla segreteria regionale alla Federazione di Avellino, verso la fine del ’70, assumendone la direzione nel giugno dell’anno scolastico.
[…]
Il mandato con cui il nuovo compagno era venuto nella nostra Federazione era quello – come dapprima si disse – di darci una mano per una rapida ripresa dell’iniziativa del partito. Ma del fatto che in quel momento Gaetano Grasso conservasse la responsabilità della carica di segretario sembrava che non se ne ricordasse più nessuno. Alcuni compagni della segreteria o dell’apparato si riunivano solamente con Bassolino, e insieme discutevano e decidevano ogni cosa, senza che Grasso, il più delle volte, ne venisse neppure messo al corrente” (Capitolo XXII).
E ancora, ribadendo la differenza tra “giovani” e “vecchi”: “Per diversi compagni – i più giovani – il nuovo non avrebbe potuto significare altro che un’intensificazione dell’attacco alle posizioni clientelari della DC. Per altri – gli anziani, ma anche con il seguito di molti giovani -, questa era considerata una posizione vecchia, benché risultata maggioritaria al congresso di Mercogliano […].
Per parte mia, da tempo avevo capito che non si poteva dire sempre di no; che la politica non ammette di stare sempre e solamente su posizioni negative. Dire solamente no, significa anche che gli altri lavorano per i sì a modo loro”.
In tale contesto, il sindaco di Avellino Aurigemma aveva accolto parte delle proposte della Sezione “Gramsci”, i Quaderni” (definiti la “Bibbia della Gramsci”), e aveva prodotto l’astensione o il voto favorevole del PCI al Bilancio comunale, contro il parere della Federazione del partito.
Insomma, iniziava una lotta interna non solo al di fuori, ma anche all’interno del Partito, che avrebbe caratterizzato purtroppo anche gli anni successivi. Il tafazzismo, insomma, arrivava anche in Irpinia.
Tuttavia, il Partito, anche grazie alle posizioni alternative promosse da Bassolino, registrava una continua ma lenta crescita. Si pensava, insomma, ad una rivoluzione intellettuale e morale, come volano di crescita dell’Irpinia.
La storia ha, tuttavia, dato risultati completamente diversi. Ma questa è altra storia.
Il Sole nero del Sud

Come ha scritto anche di recente Luigi Anzalone e come ha già ribadito nel suo “Il Sole nero del Sud” di quasi venti anni fa, il Sud ha visto un periodo di crescita economica e una significativa “performance imprenditoriale tra la fine del secolo e il primo biennio del 2000”. E tale performance sembra confermata dai dati di previsione del 2003.
Tuttavia occorre ancora qualcosa per realizzare un cambiamento realmente “importante e decisivo”. L’autore conta molto sulla fioritura culturale, che si sta realizzando nel Sud dagli anni ’90 in poi, anzi crede che questo sia la base su cui potrà fondarsi la vera rinascita del Mezzogiorno.
Sfruttando una metafora di Michel Serres, egli precisa: “Ricavando dall’astronomia la metafora dei due soli, il filosofo francese intende riferirsi alla situazione attuale dell’umanità. Essa si trova, per dire così, tra due soli: il primo, visibile, simboleggia la scienza e il sapere e, con essi, il potere smisurato della tecnica e delle sue merci; l’altro, invisibile, la cui esistenza non è accertata, è il sole della cultura, delle credenze, della fede, dell’irrazionale, con cui popoli e individui affrontano il “mestiere di vivere” e, con esso, il male e il dolore di cui è fatto”. Proprio facendo leva su questo secondo sole, il “Sole nero” del Sud, cioè sul suo universo culturale e storico, il Mezzogiorno potrà rinascere completamente; dunque solo se il popolo del Sud darà fiducia alle forze politiche uliviste, ci sarà una possibilità di rinascita vera.

Il principe democratico
Ma guida propulsiva e “regista” di questo cambiamento, oltre ai presidenti delle regioni meridionali (principi democratici collettivi), dovrebbe essere, secondo Anzalone, una nuova figura istituzionale, il vero e proprio “principe democratico”. Lasciamo ancora all’autore il compito di chiarire il suo pensiero: “Ecco perché non sarebbe fuori di luogo creare una federazione temporanea delle otto Regioni meridionali, che abbia a capo un Presidente scelto a rotazione. A questi Presidenti dovrebbero essere affidati dal governo nazionale, per un decennio, poteri speciali e finanziamenti straordinari, per realizzare, in accordo e in collaborazione con i governi locali e le forze economiche, sociali e culturali, un programma di progetti identificabili come i punti archimedei per il decollo del Sud, creando anche opportune collaborazioni con gli altri Paesi e regioni rivierasche del Mediterraneo. Il sacrificio cui sarebbe chiamata la comunità nazionale sarebbe ampiamente compensato dai risultati che metterebbero il Sud in condizione di essere protagonista a pieno titolo sui mercati internazionali”. Da allora molto è cambiato, ma forse la candidatura di Antonio Bassolino nuovamente a sindaco di Napoli potrebbe riaprire un nuovo scenario.

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