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AVELLINO – I terroristi volevano colpire anche Ciriaco De Mita. Il compito era stato affidato al “Cobra”, uno specialista, latitante in Francia che era stato fatto tornare apposta in Italia. Oggi è un collaboratore di giustizia e la sua testimonianza è contenuta nel libro “Un’azalea in Via Fani” (edizioni San Paolo) del giornalista di “Avvenire”, Angelo Picariello presentato ieri in un incontro al carcere Borbonico, con Nunzio Cignarella del Circolo “ImmaginAzione”, il sindaco De Mita, l’ex prefetto Carlo De Stefano.
“A dieci anni dal sequestro Moro – racconta Picariello – quando De Mita era all’apice del suo potere e stava cercando di riformare le istituzioni fu preso di mira dai terroristi. L’attentatore fu fermato a cento metri dalla casa di De Mita”. E’ uno dei tanti episodi che analizza Picariello. Che parla anche di cosa succedeva ad Avellino negli anni settanta: “Era città in delirio calcistico, ma c’era una parte di giovani molto impegnata nella contestazione che dalla incapacità di dare concretezza ad una utopia è scivolata verso la lotta armata”. Ripercorre la storia di Dino Trivellari da capo della contestazione a capo di Unicredit, “uno di quelli che si salvato”. Altri che hanno continuato la battaglia e hanno perso la vita come Roberto Capone. “Avellino è caratterizzati da una forte presenza di irriducibili, quelli che non hanno mai accettato nessun compromesso per ottener una attenuazione della pena”.
“La vicenda degli ex terroristi recuperati – continua Picariello – ci insegna quanto sia importante guardarsi in faccia. Ci sono stati terroristi che in nome di una ideologia non hanno più guardato ai loro cari ma solo all’utopia. Anche oggi – ragiona il giornalista scrittore – c’è la tendenza a guardare nel proprio smartphone e bypassare la realtà non sapendo che nello scambio da uomo a uomo c’è un passaggio di esperienza. Massificare i rapporti, renderli virtuali può far prevalere il messaggio violento”.

Severo il giudizio sulla politica di oggi: “I nostri leader politici hanno vinto la sfida sui social non nei congressi. E i risultati si vedono: una politica che si fa con la battuta, dove prevale l’idea del tutto e subito. E’ la nostra rovina. La politica ha smarrito i suoi obiettivi, la visione e vive giorno per giorno”.
Cignarella pure sottolinea come ad Avellino, “una città alla periferia dell’impero dove sembravano tutti impazziti per il calcio”, c’era grande fermento negli anni della contestazione: oltre ai movimenti studenteschi, c’erano anche uomini di chiesa da don Michele Grella a padre Pio Falcolini, allora fu realizzato il murale della Pace di Ettore De Conciliis e di Rocco Falciano, sponsorizzato don Ferdinando Renzulli e c’era il Laceno D’oro che proiettava film che raccontavano la protesta.
De Mita spiega infine il suo concetto di rivoluzione: “L’ho sempre ritenuta qualcosa di velleitario e violento. Ma la violenza non risolve nulla, solo il pensiero può farlo. Al duello rusticano preferisco la dialettica, il confronto. Solo una volta nella mia vita sono stato anticomunista: nel 1948. Per il resto ho sempre preferito, alla democrazia imposta con la violenza della rivoluzione, la democrazia come processo frutto della partecipazione, come costruzione delle condizioni per qualcosa”.
L’ex leader della Dc, si dice “pessimista sul futuro perché oggi non c’è più pensiero. Difficile venir fuori da questa situazione”. Delle minacce non si mai preoccupato, pur essendone a conoscenza: “Mi informarono, lo sapevo ma non potevo altro. Forse proprio perché lo spirito di quella rivoluzione non l’ho mai capito”.

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