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La Basilicata, le città
Sassi: il futuro? Sta nell'Antico

Basilicata

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 “Lo ammetto: sono un conservatore, un tradizionalista, un nostalgico, non già del tempo passato – che, in quanto passato, è irripetibile – ma di un preciso sentimento del mondo che secondo me può sopravvivere indenne anche attraversando le forme della modernità e della post-modernità.”

“Non dobbiamo far nuovo per noi l’antico e in esso sistemare noi? Non dobbiamo poter infondere la nostra anima in questo corpo senza vita? Chè ormai esso è morto: quanto è brutta ogni cosa morta!”. (Nietzsche)

La prima affermazione la trovo in un articolo, sul Quotidiano della Basilicata, dello scrittore Andrea Di Consoli, articolo mesto e scoraggiato, per alcuni versi, forte e convinto, per altri, quelli più importanti.

Non so se De Consoli conosca la frase di Nietzsche, si trova nella Gaia Scienza, credo e spero che leggerla - o rileggerla - lo conforti, tanto più che io penso che essa, per Nietzsche, fosse programma politico preciso e circoscritto, l’apertura di quanto egli chiama la grande guerra, quella vera, la guerra alla Modernità, in una prospettiva di salvezza della Modernità, dell’ “ultimo uomo”, quello “più brutto” mai apparso. Io, pur avendo letto La Gaia Scienza e Nietzsche infinite volte, non avevo notato questo fulmineo aforisma che, insieme ad altri, incredibili, porta a quello sulla “morte di Dio”, l’ho notato solo quando l’ho formulato io, il che tanto vuol dire sulla vita e il pensiero. L’importante, però, è essere consapevoli che per Nietzsche questa è una prospettiva politica, espressamente dichiarata. Quindi, in marcia da molto tempo, credo già da Kant.

E’ la mia prospettiva di uomo totalmente politico, per me, religioso, al contrario dei moderni, significa che solo l’uomo religioso sia compiutamente politico, certamente al di là dell’esito precettistico e proibizionista che la religiosità antica ha avuto nelle Religioni, nel platonismo, non in Platone, da noi. Credo, come Di Consoli, che una “forma di vita” antica, che è tale solo se legata al luogo, possa ospitare la modernità, la sua tecnica e non solo la tecnica, ma anche, e soprattutto, la protesta sensuale che essa espresse agli albori contro il rifiuto della terra e dei sensi delle religioni. Ciò che, a mio parere, non potrà ospitare è il positivismo moderno, quello angloamericano più di tutti, perché forma pura del positivismo, omologante e aggressivo.

Si può, quindi, immaginare quanto io mi riconosca nelle parole di De Consoli, nel suo sogno che, per me - questa è, forse, l’unica differenza - è tutt’altro che inattuale, è, anzi, ora o mai più, forma salvifica per l’uomo moderno, ormai più che al tramonto, base sulla quale io immagino un risorgere delle forme del pensiero Mediterraneo e del Mediterraneo stesso, nella riproduzione della vita della specie umana, al di là dello stupro che la Modernità ormai consuma sulle genti e, in particolare, sui luoghi.

E’ quanto sostengo, ormai, da anni, in libri e in articoli, in convegni e in interviste, la più importante quella su Il Foglio concessa a Ruggero Guarini, “Il Sud ci salverà”. La cosa è esplicita, per quel che riguarda il Sud e il Mediterraneo, nel libro “La rotazione di Norfolk e la questione meridionale”, ma già lo era nel “Del pericolo e della salvezza”, lo sarà, in maniera definitiva nel libro in cantiere che chiuderà il ciclo. Concedo poco al nostalgico, se inteso in maniera non omerica, il ritorno non è mai al passato ma nella sua proiezione nel futuro, nel ritorno, per scacciare, possibilmente, i proci. La proposta turistica per i “sassi” e per tutti the remains antichi è, sono consapevole della durezza dell’attributo, oscena, i luoghi sacri vanno visitati e rispettati, non consumati come “beni culturali”, bisogna sostarvi e immedesimarsi in essi. Ciò porterà denaro? Certamente, è inevitabile e, anche, più duraturo, ma è visita, non giro, basata sul rispetto, sul bisogno di arricchirsi non di arricchire il povero “arretrato” di quei luoghi, colui che la superba, non celata “superiorità” dell’uomo moderno, definisce “arretrato”, recandogli “aiuti” che lo hanno, togliendogli il potere sui luoghi, impoverito, in ogni senso, anche economico. Una cosa è l’economicismo moderno, ormai ridotto al monetarismo, un’altra è l’oikonomia, il governo della casa, propria e comune. Ancora in A.Smith, in Ricardo e Marx, l’economia era oikonomia! Dopo Keynes, moneta e solo moneta! Quindi Stato e Cassa del Mezzogiorno, modernizzazione cattolicista in Italia, la Tennessee Valley rooseveltiana, oggi cimeli abbandonati, non certo “sassi”. Tutto ciò agonizza, lo Stato, per fortuna, muore, fallito, la differenza la può fare solo l’incredibile varietà dei luoghi del pianeta, la ricchezza va creata non pretendendo di far crescere il S.Marzano dell’agro nocerino nel deserto libico, ma adattando tecnica e forme di vita ai luoghi. Oggi ciò è possibile, è, anzi, l’unica cosa possibile, concreta.

Un luogo deve esprimere una propria forza produttiva, per l’oggi, l’antico gli ricorda la suprema capacità che ebbero quegli uomini di adattarsi ai luoghi, la loro capacità di tradurli in arte, techne. Chi non comprende, si legga lo Zibaldone di Leopardi. L’uomo e il suo Dio questo sono: adattamento al luogo, obbedienza alle sue esigenze e alla sua “volontà”, il pianeta intero lo sta ricordando all’uomo che lo svena, accumula e consuma, senza misura, non capendo che ogni cosa ha la sua “misura”, il suo “numero”, per dirla con Pitagora che, forse, della Lucania bassa sapeva qualcosa, mentre la Lucania moderna è possibile che non sappia niente di Pitagora senza il quale il computer non sarebbe mai nato.

Il destino del Meridione, di Matera, per un verso, di Potenza, per un altro, sono nella capacità che avrà, che sta già avendo, di riportare il “cattolico”, nella versione aristotelica, però, non in quella chiesastica, dell’uomo che vive nell’intero, nell’holon, nel luogo, non sradicato da tutto, nomade senza orizzonti. L’uomo può viaggiare a un solo patto, che sa da dove parte e dove arriva, per tornare, altrimenti siamo nell’infinito moderno, totalmente persi e disorientati, oceanici che non avvistano terra e porti. Noi siamo mediterranei, di quel mare in mezzo alle terre, nessuna modernità può cambiare questo dato, le guerre feroci che nei suoi pressi si stanno svolgendo, lo ricordano, non vincerà il “bene” bensì il “male”! Chissà che dai “sassi” e la provocazione di Di Consoli non…

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