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«Gli editori non pensino
solo al marketing»

Basilicata

Tempo di lettura: 
2 minuti 42 secondi

MIRKA Daniela Giacoletto Papas è il vicepresidente dell’AIE (Associazione italiana editori) ed è presidente  degli Editori accademico-professionali. Una presenza importante alla Blu, quello spazio che mette insieme editoria e conoscenza, per  provare ad avere anche l'occasione per riflettere sul futuro di un settore che, forse più di molti altri, è stato travolto dal cambiamento.

Tecnologie, digitali, abitudini di consumo, crisi economica: l’editoria ha subito o affrontato la velocità del nuovo corso?

E che cosa significa editoria oggi?

«Significa vivere una delicato, ma necessario passaggio verso nuovi formati, strumenti  e tecniche nella gestione dei contenuti, nella loro organizzazione  e nella loro messa a disposizione. In primo piano deve esserci sempre la qualità dei contenuti : occorre disporre delle tecnologie più avanzate e saperle usare, senza  farsene condizionare. Non bisogna  adattare il contenuto al formato, ma saper scegliere  il formato più  funzionale al messaggio che voglio dare».

Cambia la relazione tra medium e messaggio?

«McLuhan diceva “il medium è il messaggio”. Ecco, oggi, alla presenza di un divenire veloce e quasi disorientante di hardware, software, social e così via, occorre  dire che “il medium non è  il messaggio. E’ solo uno strumento”».

Che ruolo hanno tecnologie e digitale?

«Possono avere un ruolo di facilitazione  nella raccolta e memorizzazione dei dati, nel processo produttivo, nell’arricchimento dei contenuti in termini di contestualizzazione  di elementi diversi. Pensiamo a testo, immagini, filmati, documenti, rimandi ad altri spazi di lettura e documentazione. Tutto questo richiede però una grande padronanza dello strumento e una capacità di valutazione critica e vigile nel suo utilizzo, per evitare  il rischio di trasformare  dati, pensieri e documentazione in un magazzino informe».

Che significa innovazione nell’editoria legata alla formazione e al mondo scientifico?

«Oltre a quando detto prima, cambia (o può cambiare) il sistema di relazioni, particolarmente significativo proprio nel processo di apprendimento. Innovazione significa interattività, rapidità nei tempi di confronto, correzione, dimostrazione, consultazione. Che non è l’esclusione del libro, ma l’utilizzo del libro come  un elemento vivo con cui confrontarsi e  lavorare. Pensiamo alle aule interattive, dove pezzi di libro vengono proiettate su schermi su cui il docente evidenzia, suggerisce, rilancia ipotesi e così via».

Che futuro per l’editoria? E per le piccole case editrici o quelle di settore?

«Il futuro dell’editoria, e soprattutto quello delle piccole case editrici, è legato alla capacità della nostra società di capire che non c’è futuro, lavoro, sviluppo senza cultura, che la cultura  è  conoscenza, memoria, spirito critico e che occorre quindi cambiare  il dato drammatico di oggi per cui il 60% di italiani non legge neanche un libro l’anno. Il futuro è anche  legato alla   necessità che le grandi case editrici, che in 5 controllano oltre il 60 per cento del mercato editoriale, non ragionino solo in termini di marketing e fatturato ma si facciano carico del ruolo sociale che un editore deve svolgere per esistere come tale».

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