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La parola d'ordine è normalizzare

Basilicata

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La leggenda vuole che anche l’epoca di Tesler sia finita in maniera meno eroica di quanto sia iniziata.
Consolidato il primato della cardiochirurgia con l’entusiasmo avventuroso delle nuove scommesse, creata e affiatata l’equipe della sala operatoria, allevato un bel gruppo di professionisti, gli ultimi mesi passarono in un clima di reciproca diffidenza. Alla quale si unirono poco onorevoli vicende personali silenziate da un onnipresente Emilio Colombo. La reputazione, innanzitutto, e la preoccupazione per il buon nome della città e di quell’ospedale diventato fattore di attrazione per Potenza, sia pure nella disgrazia di una malattia.
Per anni il nome del capoluogo lucano è stato associato a una delle migliori cardiochirurgie d’Italia, sicuramente la migliore del Mezzogiorno. Era stato Colombo a volere quel primario a tutti i costi, e in un’epoca nella quale lo statista democristiano decideva nomine e silenziava i giornali con la stessa faciltà, la successione del grande luminare è stata tramandata con il solo corredo di meritata memoria.
Il seme della discordia iniziava invece a sedimentarsi e di lì a poco avrebbe preso il sopravvento. Come una maledizione, il reparto di cardiochirurgia sarebbe diventato covo di amarezze, di pericolosi veleni, di astuzie coperte, di inchieste giudiziarie.
E’ verosimile, ma rimane una mia idea, che anche Maruggi, se peccato d’omissione ha commesso come si legge nelle conclusioni della commissione regionale d’inchiesta (nella quale, però, forse andavano tenuti fuori quelli che avevano presentato domanda per la direzione generale del San Carlo, poi esclusi), Maruggi - dicevamo - sarà stato mosso dalla preoccupazione di evitare clamori e scandali pubblici.
Oltre alla difesa delle sue scelte strategiche, dalla nomina del primario (avvenuta dopo una lunga vacatio e con una reggenza ad interim che già aveva scatenato denunce e malumori) alla convinzione di poter mettere ordine nel reparto grazie al lavoro dei commissari che avevano proceduto all’audit. La qual cosa non ne attenua eventuali responsabilità. Ma è difficile, in questa storia, non scovarne ad ogni livello.
La nomina di Maglietta da parte del governatore Pittella, nell’incertezza di una eventuale inchiesta bis, arriva con una missione precisa: azzerare, recidere alla base le controversie. Senza premialità e senza punizioni, senza primedonne e senza cattivi da sottoporre a procedimenti disciplinari. Sedare la rabbia di chi gira con registratori nascosti ma anche placarne le ambizioni. Mentre il lavoro giudiziario fa il suo corso.
La politica non ne esce benissimo. Non una parola di buon senso abbiamo ascoltato dall’assessore regionale alla salute, Franconi, troppe parole legate al suo mandato professionale di avvocato ha detto il consigliere di forza Italia, Michele Napoli, e troppi protettorati clientelari hanno dimostrato quanto gracile sia la struttura dell’ospedale, come tutta la pubblica amministrazione regionale. Quanti raccomandati della politica sono entrati finora in ospedale non all’altezza del loro compito? Talmente tanti da apparire grottesca la circolare che proprio Maruggi affisse in ospedale alle ultime elezioni cittadine: qui è vietato fare campagna elettorale.
In questo tempio profanato della salute, accanto a molte ottime competenze che pure registriamo per le lettere di ringraziamento che riceviamo accanto a quelle anonime dei soliti corvi, restano problemi seri (le liste d’attesa per gli interventi del cancro alla mammella, ad esempio) con dubbi complessivi su quella reputazione generale alla quale teneva tanto don Emilio e che possiamo riassumere nelle parole d’addio di un ex direttore generale, Des Dorides. Quando questi, dopo pochi mesi, fuggì dal San Carlo disse: «io me ne vado perché mi hanno offerto un altro lavoro, non so quanti altri della struttura che lascio potrebbero dire la stessa cosa».
Il danno fatto al San Carlo è davvero enorme. Ma, mai come in questo caso, la responsabilità è tutta interna.

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