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«Coesione sociale a rischio»
L’analisi e i timori del presidente della Svimez

Basilicata

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Sempre peggio. Il presidente della Svimez Adriano Giannòla già nel luglio scorso anticipava l’ennesimo drammatico quadro che a fine 2014 avrebbe consegnato il Mezzogiorno d’Italia.

Qual è il dato che, nel peggioramento, la preoccupa di più?

Certamente la tenuta occupazionale, che è collegato alla prosecuzione della perdita di base produttiva. Quello è il dato più strutturale, non siamo cioè di fronte ad una disoccupazione congiunturale ma è il consolidamento di una realtà sempre più precaria. Lo vediamo dalla povertà, dall’emigrazione, da tutta una serie di sintomi collegati l’uno all’altro. Quindi, una ripresa, una ripresina o un arresto della caduta del prodotto, non invertirà rapidamente il quadro. C’è bisogno di fare cose attive.

Serve una strategia di sviluppo nazionale centrata sul Mezzogiorno. Lo dite inascoltati da troppi anni, presidente.

Purtroppo. Noi diamo i dati e ci tocca fare o passare per pessimisti. In realtà, diciamo soltanto come stanno messe le cose e che ci sarebbero cose da fare. Mi è sembrato che il ministro Delrio, in qualche modo, questa cosa l’ha colta e condivisa. Questa è una novità che ci ha un po’ confortato: ha detto che il problema italiano è ripartire dal Mezzogiorno. La sua non mi è sembrata una affermazione rituale.

La policy che suggerisce Svimez, dedica una attenzione importante alle aree interne del Mezzogiorno, che potenzialmente rappresentano una sorta di giacimento.

Tanto più in presenza di almeno due regioni, Molise e Basilicata, che stanno perdendo quote rilevanti di popolazione in territori frastagliati, soprattutto la Basilicata. Quindi le aree interne diventano un problema rilevante. Nel rapporto, c’è proprio tutta una parte dedicata sia nell’ottica del recupero ambientale, culturale ma anche della economia sostenibile: sono potenzialità enormi per le aree interne.

Potenzialità come il turismo che presenta a sua volta dati disastrosi.

Questa è la conseguenza di tante altre cose. Non basta avere i tours operators e fare marketing. Per le aree metropolitane, turismo vuol dire riqualificazione urbana; per le aree interne vuol dire una politica che rimetta nel circuito dell’economia nazionale almeno alcuni pezzi fondamentali di queste realtà territoriali. Quindi il crollo del turismo o la insoddisfacente quota di turisti che scendono sotto Roma, è legata al crollo dell’economia del Mezzogiorno, della sua immagine e di tante altre cose ancora. Se però intervenissimo, qualcosa cambierebbe eccome.

Non credo sia per caso che monsignor Galantino ha scritto la prefazione al Rapporto 2014. Qual è il significato più di sostanza di questa condivisione da parte del segretario generale della Conferenza Episcopale italiana?

E’ il frutto di una circostanza molto particolare. Ci siamo trovati a colloquiare e lui ha detto che la Chiesa ha la responsabilità di manifestare il suo pensiero in tema di economia e diseguaglianze. Gli ho quindi chiesto se fosse stato disponibile ad inserire nel rapporto questo messaggio e lo ha fatto. Anzi, quando gli abbiamo chiesto di venire a spiegare anche la motivazione, è venuto a dare un messaggio forte e radicato sulle linee predicate dall’attuale Pontefice.

Alcuni mesi fa, abbiamo discusso con lei dei rischi per la coesione sociale nel Mezzogiorno. Lei ha sostenuto che il sistema continua a reggere intanto perchè è attivo un sistema parallelo di economia grigia, sommersa ed anche criminale che mette sopra una sorta di coperchio. Ha cambiato o rafforzato questa sua opinione?

Non l’ho cambiata, anzi è più forte alla luce della crisi, della povertà, dell’erosione del collante sociale. Ho avuto anche conferme indirette da testimoni privilegiati. Prendiamo per esempio una realtà come quella napoletana. Il ruolo di forze economiche, chiamiamole anomale è molto forte e questo garantisce una certa, relativa contiguità, una convivenza sociale che è molto problematica. Da questo punto di vista, la degenerazione sociale ed etica va di pari passo con l’accentuarsi della crisi. L’apparente quiete non è un segnale di assuefazione, ma in parte lo considero come il rischio di una trasformazione della società che va sempre più in una direzione. Quella sbagliata. Per questo temo anche che se facessimo un ragionamento per la creazione della macroregione meridionale, consegneremmo mani e piedi, molto più facilmente di come è adesso, una realtà di venti milioni di persone ad un potere che non non vediamo ma che sicuramente conta e non poco. Dunque, sono preoccupato. Come allora, e forse più di allora.

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